lunedì 30 dicembre 2013

auguri






Il blogghetto fa gli auguri. A chi passa e legge, a chi non legge, a chi è letto. Fa gli auguri a voi e ai vostri pelosi, pennuti, squamosi, crinierosi. Fa gli auguri a chi ne ha bisogno, a chi li vuole. Non è così presuntuoso, il blogghetto, da pensare che con i suoi auguri qualcosa possa cambiare. Non crede neppure che se dal 31 dicembre al primo gennaio cambia il nome dell'anno, possa accadere qualcos'altro di diverso. Oltre a 'sto cambio di cifre. Macchè. Ha voglia, però, di mandare un pensiero affettuoso a chi vuole bene. E qui ce ne sono tante di persone alle quali vuole bene. Auguri, dunque. Sinceri.

sabato 21 dicembre 2013

parlo di soldi



E comunque i soldi salvaguardano. Ti difendono da problemi materiali, da calamità naturali, malattie e tempo che passa. Ti proteggono da parenti molesti, da insinuazioni, da attacchi gratuiti e a pagamento. Ti tutelano in ogni momento della vita e con chiunque. Difficilmente qualcuno ti farà notare i tuoi difetti, riderà di te e della tua vita. Se hai soldi hai una sorta di corazza, uno scudo, hai dei paletti, un reticolato che arresta gli invasori. Puoi essere ignorante brutto prepotente, tutto ti è perdonato e sempre e ovunque sarai rispettato. E non parlo di soldi tanti soldi.
Parlo di soldi.

venerdì 20 dicembre 2013

differenze

Perchè non è vero che siamo tutti uguali. E non parlo di aspetto carattere lavoro e via dicendo. Non siamo tutti uguali e non lo saremo mai. Neanche se sediamo alla stessa tavola la pensiamo nello stesso modo lottiamo per gli stessi motivi. La differenza sostanziale sta nella provenienza. Da quanti soldi c'erano in famiglia quando eri piccola/o. Tipo se hai imparato a nuotare a dieci anni o a cinquanta. Se andavi al mare con i tuoi o se hai inziato ad andare in vacanza con il tuo primo stipendio. O se tua madre ti portava la cinema la domenica e tuo papà a sciare oppure se passavi la domenica all'oratorio. O anche se hai portato l'apparecchio per raddrizzare i denti oppure li hai piombati dal dentista della mutua. Se facevi il corso di inglese o se hai studiato francese perchè nelle prime sezioni prendevano solo certi iscritti segnalati e privilegiati. Chè hai voglia a dire cosa fai ora e come vivi e le scelte che hai fatto, certe cose te le porti sulle spalle tutta la vita. Perchè sono significative e si vedono si notano si sentono e lo saranno sempre. E non mi si dica che non è vero perchè sarebbe una bugia e non mi si dica che chi si è fatto da sè vale di più perchè sarebbe un'altra bugia. Credetemi, so quel che dico.

questo è un post povero e sobrio, per questo difetta di virgole ma io so dove vanno messe

giovedì 21 novembre 2013

F e D






Potrei parlare del caso. E di un'amicizia nata per caso. E di amore. Di un amore unico. E di una ragazza dagli occhi pieni di sole. E di un ragazzo dai riccioli scarrufati. E di Parigi. E di tante altre cose e vite e sentimenti. Ma anche il blog, dove amo confidarmi, ha dei limiti. Resta la voglia di bestemmiare. Resta la rabbia. Resta la speranza di sapervi insieme.
Ciao Bimba, ciao Roscio. Sempre dentro di me.
Vi voglio bene. Per sempre. E quando dico sempre è sempre per davvero.

martedì 12 novembre 2013

Ciao Fabri'

Qualcuno sulla sua bacheca ha postato queste parole: "Il respiro che fuoriesce s'interrompe, ogni cosa diviene nuda e vuota come lo spazio; rimane unicamente un'intelligenza pura, un vuoto luminoso senza circonferenza o centro; bisogna a questo punto che tu riconosca tale luce. Devi entrarci da solo. Devi ora suscitare in te stesso pensieri di armonia e compassione traendo profitto dalla morte, e devi assumere l'impegno di raggiungere la perfetta illuminazione così da poter essere di aiuto alle creature infinite quanto lo spazio". Sono tratte dal Libro Tibetano dei Morti. Sembra che lui amasse questo libro. Vorrei davvero che ci fosse una Luce per lui. Ma forse è un'illusione. L'illusione di chi resta a domandarsi perchè. Chiedendo scusa per essere nel buio. Eri davvero speciale, Fabri'. Tanto.

sabato 2 novembre 2013

e poi di blog e di lettori




Con questo post vorrei ringraziare le amiche che hanno commentato quello precedente, di post. Grazie di cuore, siete troppo buone veramente. E spiegare un po' di cose di questo bloggetto. Velocemente, non vi rubo tempo. Una manciata di more ha più di sei anni. Nacque quasi per gioco, dall'esigenza di scrivere, di parlare, tra il serio e il faceto, un po' di me e di quello che intorno (mi) càpita. Poi arrivò qualche lettore. Più che altro lettrici. Poi ci conoscemmo un po' meglio, con qualcuno di voi ci incontrammo pure. E fu una gioia e fu una ricchezza. Nacquero amicizie importanti, nacquero relazioni fatte di stima e affetto reciproci. Poi accadde quello che tutti sapete, in questa sventurata città, e il blog fu un'esigenza più seria. E la vostra risposta fu immensa, il vostro sostegno prezioso e fondamentale. Poi arrivò pure fb e di seguito la morte di Splinder. Sparirono blog, amicizie, voci significative per il cuore e per la testa. Per fortuna non sparirono tutte. Ma non voglio fare sviolinate e sentimentalismi. Quello che volevo dirvi è che intenzione della sgualcita bloggeuse è che chi legge, qui, non possa guardarla in faccia. Non l'abbia guardata in faccia, prima. Questo posto è la mia voce, povera meschina ma sincera. Non credo che nessuno dei miei amici sappia del blog. Se lo sanno è un caso. Io non ne ho mai parlato con nessuno e neanche mai lo farò. Forse qualche lettore che mi conosce di persona, che mi conosce da prima di sapere del blog, c'è ma tace. Perso tra affanni e impegni diversi. E tra viltà e compatimento. Perchè questa scelta? Non lo so. Dovrei fare forse una di quelle analisi su autostima timidezza adolescenza classe sociale e provincia. Non ne ho voglia. Francamente non ne ho voglia. Mi piace essere qui, mi piacete voi, mi è piaciuto conoscere chi ho conosciuto e mi piacerà conoscervi ancora. Il blog è la mia stanza, la mia porta e la mia finestra. Chi sa chi sono, chi sa il mio viso, la mia voce, il mio nome, e passa strisciando in incognito e quando mi incontra non mi parla di queste sue furtive letture, anzi mi osserva sorridendo ironicamente, sa che ho simpatia perfino per i rettili. Je m'en fous, del vostro anonimato silenzioso. 
Grazie ancora a voi che qui mi avete conosciuto. Sappiate che siete stati e siete molto importanti e che vi voglio un gran bene. 
(tie', pure la sviolinata, e ti pareva)

lunedì 28 ottobre 2013

vicoli e pedali





Un po' come quando vai a trovare un morto, che qui si dice andare a buttare l'acqua santa al morto. Che il morto sia in obitorio o in casa, non fa molta differenza. C'è chi sosta accanto al defunto, chi gli fa una carezza, chi si ferma un po' in corridoio, con la scusa di fare le condoglianze a tutti i presenti, parenti e non. E poi chiede come va oh anche tu qui da quanto non ci si vede ma i figli i figli saranno giovanotti e nella stanza del morto non entra proprio. Un po' così, in questa città. Si va in piazza Duomo, si passeggia nel parco del Forte Spagnolo che qui chiamiamo Castello, ci si siede sulle panchine dei giardini della Villa Comunale. Nei vicoli no. Nei vicoli non ci si va. Pare che faccia impressione, andare nei vicoli. Chè qui son chilometri e chilometri, eh. Di vicoli piazze piazzette chiese scalinate coste rue e sdruccioli. Però se si va a trovare il morto, secondo me, si deve entrare. Poi uno decide se fargli una carezza o no, ma bisogna entrare. E annusare l'odore di fiori di cera di disinfettante di sudore. E pure di putrido. Chè gli odori sono quelli. E quindi si va per vicoli, non serve sostare in corridoio, dove ti portano il caffè e ti danno una pacca sulla spalla oh oh come va ci si vede in queste tristi occasioni. Basta imboccarne uno a caso, uno qualunque che non sia transennato e, immediatamente, il silenzio e la solitudine ti abbracciano. E allora tu, che in quei vicoli ci sei nata e cresciuta, e quando dico nata intendo dire che mia madre partorì in casa, in un piccolo appartamento di un vecchio palazzo tra la basilica di S.Bernardino e il Forte Spagnolo che qui chiamiamo Castello, a ridosso del Teatro Comunale... E allora tu, che appunto ci sei nata e cresciuta lì, e direi pure invecchiata, inizi a percorrere quel groviglio di vicoli deserti e silenziosi. Calpesti ed eviti macerie e spazzatura, saluti un gatto scontroso che ti osserva infastidito, guardi sgomenta le erbacce che coprono scalini e porte sfondate. E pensavi di essere ormai invulnerabile a quel dolore ma ti accorgi che il dolore, ormai, fa proprio parte di te. Come una gamba, come la lingua, come le unghie. Come tutte quelle cose che usi ogni giorno senza farci caso. E ti chiedi come si possa vivere senza una gamba la lingua le unghie. E mentre te lo chiedi, sotto quel bellissimo palazzo Nardis, con quella chiesa misteriosa che ogni volta ti chiedevi chissà cosa si prova ad avere una chiesa intitolata ad un tuo avo, ti sposti per far passare un giovane ciclista che pedala piano piano. E lui ti sorride un po' triste e tu gli fai un cenno con la mano e ti chiedi come mai un ragazzo vada in giro per vicoli in bicicletta. Ma forse anche lui voleva sentirsi le gambe e chiedersi come sarebbe vivere senza.

sabato 12 ottobre 2013

di mutande e fazzoletti

Che poi la sgarrupatissima bloggeuese parla, malgrado i propositi. E lavora, malgrado i chi me lo fa fare. E si consuma, malgrado i devo pensare a me. Chè, soprattutto arrivati ad una certa età, tutti si stampano 'sta frase in fronte: devo pensare a me. La scrivono, se la stampano, la ripetono anche tre volte al giorno. Soprattutto le donne. Soprattutto le donne, sì, iniziano a predicare quella fede che si chiama sano egoismo. Che, come quasi tutte le fedi, è fatta di belle chiacchiere e zero fatti. Perchè poi ci si sbatte per tutti, non si sa dire di no e tutte le altre belle cose sulle quali una piange, no?
Sarebbero da prendere ad esempio le figherrime donne di qualche generazione dopo, le ora quarantenni. Zitte zitte, dai, non cominciate a protestare. Non parlo di voi, per carità, non cominciamo con quelle robe che non si deve generalizzare perepè perepè. Diciamo così: sarebbero da prendere ad esempio un po' di signore intorno ai quarant'anni e pure meno tranne voi. Le genitrici degli alunni, per dire. Quelle che non si perdono un pomeriggio al centro commerciale (qui non c'è praticamente altro) con quelle robe sulle unghie che se le pittano di cinque colori, spaghi in mezzo alle chiappe, tacchi dodici, aperitivo con le amiche, suv e figli con il moccio al naso e mai un fazzoletto in tasca, per dire. Ah, lo so, essere madre non significa avere le unghie nude e le mutande della nonna e comunque i figli non si curano solo con il fazzoletto in tasca. Vabbè, ma almeno possono soffiarsi il naso.

sabato 14 settembre 2013

il silenzio è d'oro

E lei decise che il silenzio sarebbe durato fin quando qualcuno non avesse detto/fatto di/per lei quello che lui aveva detto/fatto del/per l'altra.


(tu non ti preoccupare, non sarai mai tu quel qualcuno e va bene così)

domenica 8 settembre 2013

quattro schiaffi nel buio

Sarà stata una scossa? No, riconosco le scosse e il letto non si è mosso, no. Non sono neanche caduta, non ho battutto la testa contro il comodino. I fantasmi? Sì, pure i fantasmi, ma dai. Questa è una casa nuova, non ci è morto nessuno, prima c'era un orto. I fantasmi dei cavolfiori e dei cetrioli... Eh, ma lo schiaffo è arrivato. Duro e secco come quello di un'istitutrice inglese di secoli fa. Insomma, di qualche anno fa. Tu li prendi e neanche capisci, dici boh starò sognando forse ieri sera preso troppe gocce, chennesò. Perchè mentre arriva lo schiaffo hai pure una sorta di visione. Anzi proprio mentre. No, subito dopo, ma subito subito. Come un sogno ad occhi aperti, solo che, tra un ceffone e l'altro, ti rendi conto di essere sveglissima. E tutto scorre dalla sera prima indietro indietro. Come quelle cose che dicono possano accadere durante uno stato comatoso. Ma tu non sei in coma, vero? Non sono in coma, no, ma che c'entra adesso il coma. E insomma tutto scorre indietro indietro ma ogni tanto si blocca e quando si blocca, stump!, arriva subito la sberla. Allora cerchi di capire. Sei lì sveglia, guardi la finestra, il chiarore della luna, i cani abbaiano in lontananza, qualche gallo insonne canta un po' sfiatato, tuo marito russa accanto a te, i gatti ronfano sui tuoi piedi. E il film scorre indietro indietro, a volte in fretta, a volte rallenta. Quando rallenta sai che devi aspettarti lo schiaffo, perchè si ferma e ti lascia vedere. Ormai hai capito. Non sei caduta, non ci sono state scosse, in coma poi, ma dai. E i fantasmi sai bene che non esistono. Sì vabbè, pensi aquesto punto, ma già all'epoca quelli erano stati metaforicamenti dei bei ceffoni. Non possiamo fermarci qui? Adesso cosa devo fare, ripassare la lezione? Ma veramente, non esageriamo! Avrò altre opportunità, no? Altre scianss, altre possibilità di riscatto, di ripresa. E che cavoli, a tutti si presenta delle occasioni per poter...  A 'sto punto nascondi la testa sotto il cuscino, pur sapendo che non serve, ma il manrovescio che ti è arrivato stavolta è stato più forte. Molto più forte. Perchè errare è umano ma perseverare è diabolico.

mercoledì 28 agosto 2013

sta finendo




Sta finendo. Ed io che lo desideravo ora mi cruccio. Tra pochi giorni la scuola. Ah, dopo due mesi di ferie, cosa pretendi? Pretendo di lavorare tuttal'estate, anche a ferragosto, e di avere una settimana di ferie ad ottobre, ad esempio. Troppo, nevvero? Che poi e comunque, se non si lavora nella scuola, chetelodicoaffà, nonpuoicapi'. Tornerò dunque ai ceppi. Prigioniera di quattro pareti roventi d'estate e fredde d'inverno. Circondata da persone con le quali non condivido altro che spazio e tempo. Hai detto niente, eh. Tempo e spazio, caçarole... Prigioniera di pargoli urlanti, di madri con l'elastico tra le chiappe e le coccinelle sulle unghie, di padri con le sopracciglia ad ala di gabbiano che entrano a scuola parlando al cellulare. Del resto neanche parlo. Non serve.
Sta finendo. E io ho saltato tutte le manifestazioni in centro. Non riconosco la mia Città, durante l'estate. Ciabatte canotte mutandoni. Le lingue protese oscene a leccare un gelato. Tornerò in centro presto, con il freddo. Camminerò tra i vicoli da sola o accompagnata dai nostri Cani. Cercando vecchie insegne, riconoscendo vetrine dimenticate. Annusando avidamente l'odore di muffa e di putrido.
Sta finendo. E vi ho letto ma ho scritto poco. Con un occhio solo si fa fatica. Dopo un po' le righe si confondono e si deve distogliere lo sguardo per riprendere un po' di campo.
Sta finendo. Ma noi andiamo avanti. Noi e voi. Magari insieme. Malgrado tutto. Nella nebbia. Con le scarpe chiuse. Finalmente il piacere di un foulard al collo.

venerdì 26 luglio 2013

considerazioni da (un) bar

Qualche giorno fa sono uscita con un'amica. Di pomeriggio. Per andare a prendere un gelato in centro. Abbiamo camminato per strade polverose e puzzolenti. Vabbè, pazienza, qualche cantiere parte, normale che ci sia polvere. E meno male che qualche cantiere parte. E il puzzo, eh, ormai che cazzo ci vuoi fare. Ci si abitua. O forse no ma è lo stesso. Di locali, in centro, e non parlo del centro di Rocca Cannuccia, con tutto il rispetto per Rocca Cannuccia, ce ne sono pochi. Soprattutto pub e posti simili, dove la sera gli adolescenti vanno ad ubriacarsi per poi vomitare e pisciare nei vicoli. Una volta ce n'erano tanti. Tante gelaterie. Pulite belle eleganti. Solo chi c'è statolo sa, lo ricorda,lo può capire. Arriviamo in piazza. Due bar aperti. Uno con un gabbiozzo di legno fuori e la musica a palla. In questo gabbiozzo un caldo infernale e puzza di fumo. Via via ma per carità. Proviamo l'altro. Tre tavolinetti fuori, tre di numero. Uno libero ma sporco. Dai su ora ce lo liberano. Dopo venti minuti ancora nulla. Vado dentro a chiedere. Una sola ragazza banco cassa tavolinetti. Signora non ce la faccio dovete pazientare.  Alzati cazzo andiamo via. Aspe', un bar aperto c'è, lungo il corso. No, no non abbiamo gelati gelati, no no. E di fronte c'è un cantiere che devi esprimerti a gesti per il rumore. Cammina giriamo vediamo, qualcosa troveremo. La polvere e il puzzo mi prendono alla gola. La pelle del viso mi tira, penso di avere i piedi lerci, malgrado la doccia di un'ora prima. Desidero un cazzo di gelato, abbiamo i soldi eh, un cazzo di gelato,possiamo pagarlo! Adesso ne ho davvero bisogno, per togliere il bruciore che sento in gola. Un chiosco, finalmente, pochi tavoli dove umani sudati giocano a carte. Ci sediamo cercando di non far caso alla tovaglia macchiata e sghemba, al portacenere pieno di cicche, alle urla di due oche che cantano una cazzo di canzone scema davanti al cellulare. Arriva una tipa con i denti in furoi e la sigaretta in mano. Due gelati, due coppette... Copparica o coppadelnonno? Ci guardiamo. Due succhi di ananas. Ci portano due bicchieri con 'sti succhi che secondo me quelli nel cartone di in's. E le patatine. Ma chi cazzo ti ha chiesto le patatine? Le patatine su un piatto! Mai viste, QUI, le patatine su un piatto. Con il succo di ananas! Finiamo in fretta di bere e via via verso il parcheggio, passando per i vicoli, evitando di guardarci intorno. Strofinandoci mani e labbra con l'amuchina. Sforzandoci di non piangere. Cercando di ridere, prendendoci in giro senza guardarci in viso. Con le lacrime agli occhi e il cuore accartocciato.
Tutto questo, cinque anni fa, non c'era. Niente di tutto questo c'era. Puzzo polvere macerie sporcizia incuria bariste sfigate umani sudati copparica coppadelnonno patatine stantìe e amuchina sempre in borsa. Nulla di tutto questo c'era. E di quello che c'era nulla tornerà. 
E' morta, la mia città. Siamo morti tutti.

mercoledì 17 luglio 2013

solo per me, sorry




Quante Jane, su quel prato, giovedì scorso. Ma io Jane più di tutte. Con la mia età, sì, con i miei malanni, con la mia vita spiegazzata e malconcia, con i miei problemi, le mie ansie, le mie lacrime. Con il mio vecchio cuore acciaccato e palpitante, con la mia voglia di andare avanti malgrado gli sgambetti che 'sta cazzo di vita mi mette tra i piedi. Chiedo scusa a chi era lì ma questa l'ha fatta per me e solo per me. Voi avete spiato e origliato, nulla di più. Vi siete commossi e storditi, sì, ma "Good night, it’s all tight Jane, I’ll meet you tomorrow night on Lover’s Lane, We may find it out on the street tonight baby or we may walk until the daylight maybe” Bruce l'ha cantato a me, per me. Sappiatelo.

sabato 13 luglio 2013

The Boss a Roma


Una di quelle teste è la mia.
Altro non riesco a dire.
Ancora sono in trance.

mercoledì 10 luglio 2013

ma vabbè

- E tu, che lavoro fai?
- La casalinga.
- No, ho chiesto che lavoro fai.
- La casalinga.
- Si vabbè, anch'io faccio la casalinga. Intendevo oltre a quello.
- Faccio solo quello.
- Ah ecco. Quindi usi lo stipendio di tuo marito?
- E' un nostro accordo. Tra me e lui, fa parte del matrimonio. Lui guadagna abbastanza e io ho deciso di stare in casa.
E qui mi sono alzata per andare in bagno.
No, dovevo andare davvero in bagno.
Ma quando sento di quegli uomini che si separano e poi vanno a mangiare alla caritas perchè devono passare l'assegno alla moglie, godo.
(a scanso di polemiche, ho parlato di assegno alla moglie, non ai figli, essendo il secondo sacrosanto, per quanto possa essere sacrosanto un assegno ma vabbè)

giovedì 4 luglio 2013

ansia

Mi scuote, mi sveglia, mi prende alla gola. Mi chiama per nome, mi passa sugli occhi. Li apre. Mi afferra le mani, si siede sul petto. Amante di fredda passione, impietoso. Ombra nascosta, diffusa. Ombra sottile, pesante, avvolgente. Ombra fredda, feroce, tagliente. Ecco, ti aspetto, non sfuggo. Ti sfido, nascosta nell'alba. O almeno ci provo. 

Resisto, mi muovo.


domenica 23 giugno 2013

AAA serotonina cercasi




Allora, sole e cibo aumentano il buomumore. Cioè uno si mette al sole, addenta, chennesò, una focaccia dei biscotti un cavolo qualunque, e gli viene il sorriso. A me no. Sì, lo so, dipende dai cibi. Ci sono certi alimenti che favoriscono la serotonina e altri neanche un po'. Diciamo, però, che in genere una tavola ben imbandita, fa lo stesso effetto. O no? L'idea di una bella mangiata, magari in compagnia, mette allegria.  Un buon bicchiere di vino, due spaghi, una grigliata. La cocomerata! Cavoli, la cocomerata! Sotto il sole, un po' accaldati, una bella combriccola di amici e via. Uh, l'anguria che goduria. O no, cazzo? O forse devo chiedere che mi venga innestata 'sta serotonina... Oppure innescata. Boh. Ma sole e cibo non sono gli inneschi giusti
Io vado a prendermi un plasil. Infuriata con il meteopuntoit. Ciao buona domenica.

domenica 16 giugno 2013

frustrèe





Sorridi sorridi. Domani domani. Ma dai, anche oggi. Che bello. Che piacere. Finalmente. Faremo andremo vedremo. Preparati, son pronto. A che ora? E dai. Apri esci vai cammina incontra saluta. Appuntamenti orari non orari. C'è tempo. Tanto tempo. Sagre gelati ombrelloni serate. Godi gioisci scaldati. Scopriti mostrati lasciati guardare. Guarda ammira. Sorridi. Sorridi un'altra volta. Viso braccia gambe piedi. Lasciati guardare le unghie dei piedi. le ascelle. Nudità. 
Mi fanno male gomiti e ginocchia a furia di girarmi, insonne, nel letto. Che mi vengano risparmiate critiche e incoraggiamenti, grazie.
(tu, P, tornatene a passare il folletto)

domenica 2 giugno 2013

aspettando il solstizio




Quello che tutti chiamano bel tempo a me non piace. Detesto le giornate di sole, la primavera, l'estate. Il mare mi piace solo a basse temperature. Trovo che l'ora legale sia contro natura. I progetti di uscite, gite, vacanze, mi danno noia. Dove vai, quando, ma perchè, hai prenotato, ma dai bisogna pur andare. Andate dove vi pare ma non seccate, non sciorinate i vostri programmi, fregassai. Davanti alle signore in bretelline e lingua protesa  a leccare un gelato gocciolante, si svegliano in me istinti violenti. Se vedo gli ombrelloni  e i costumi nel supermercato (unico negozio che frequento), cambio percorso.
La primavera è futuro, progetto, preparazione. A me piace l'autunno. Amo quelle brevi giornate crepuscolari di casa e di tè. Le scarpe chiuse, la sciarpa e la trapunta. La giornata è finita non posso far più niente. Voglia di accendere il forno per un ciambellone. Non devo spiegare giustificare, affannarmi. Le luci accese nelle case lontane mi confortano e rassicurano.
E oggi, prima giornata di sole, sono di pessimo umore.
Dai, ancora un mese e il solstizio riporterà, lentamente, le cose a posto.

lunedì 27 maggio 2013

una morte perfetta

Si rendeva conto, invecchiando, che la sua vita era sempre trascorsa su due binari che si chiamavano impaccio e umiliazione. Forse la seconda nasceva dal primo, forse la sua goffaggine, la sua incapacità di vivere agire fare parlare scegliere, le aveva fatto meritare e ricevere offese e mortificazioni. Andando indietro con la memoria, ricordi imbarazzanti e umilianti le facevano stringere gli occhi e il cuore. Lacrime silenziose nella dolorosa impotenza di non poter cambiare il passato, di non poter dimenticare. Una fine veloce, forse, avrebbe potuto porre rimedio a quel penoso imbarazzo. Ma una fine precisa, perfetta, ineccepibile. Studiata a tavolino con lucidità e rigore.  Non poteva rischiare l'ennesima gaffe.. Sarebbe morta di vergogna.

lunedì 20 maggio 2013

un anno fa


Con il pensiero e il cuore ai fratelli emiliani. Che non accada mai più. A nessuno.

venerdì 17 maggio 2013

e poi vabbè






Accade QUESTO e accade QUESTO.
Il nostro Pil non ha nulla a che vedere con quello dell'Emilia. Chiodi non è Errani. Noi non abbiamo neanche Bersani Prodi Franceschini. Abbiamo del corvo piccone ginoble. E la triade Cialente Lolli Pezzopane che ormai definire inetta è un complimento. Altri paragoni non mi vengono. Siamo tutti affondati nella merda ma qui, ormai, non ci si salva neanche salendo sulla torre di palazzo Margherita.

sabato 4 maggio 2013

ogni tanto un lieto fine

Sono giorni così. Avrei da scrivere ma sarei ripetitiva. Lamentosa e di cattivo umore.
Vi lascio questo video così semplice ma così straordinario. Sono due meravigliosi cagnolini, malandati, sordi, ciechi, che dopo anni di canile hanno trovato la felicità. 
Buon fine settimana.


lunedì 22 aprile 2013

e qualcosa rimane...

Leggo care amiche bloggeuses che raccontano di più o meno casuali incontri con vecchie amiche o vecchi amici, dopo anni di silenzi e lontananze. E la sorpresa e il piacere e la gioia. Come accade ogni volta, una legge e riflette e pensa ma anch'io? Sì vabbè, anch'io. E' capitato anche a me, sì. Una volta la descrissi qui. Ma ce ne sono state altre. La migliore amica dei tempi della scuola, ad esempio. Il primo fidanzatino di quando avevo sei anni. L'amica fuorisede dei tempi universitari. La cugina persa di vista. Il primo amore. E, lo dico con rammarico, di piacere un po' all'inizio ma di gioia, boh. 
Il mio primo fidanzatino, principe dei miei sogni, bello come il sole vestito da paggetto durante la processione del Corpus Domini, è un anziano iper commerciante di mezza età con tanti soldi e pochi capelli. E nulla sarebbe tutto questo se non mi avesse fatto mirabolanti racconti di mogli conviventi italiane ed esotiche figli e negozi franchising e viaggi all'estero e ville appartamenti e andiamo ti offro un caffè quando torni qui fammi sapere parliamo un po'. Ma per carità, puttosto compro dai cinesi. E Lui, il sogno dei miei anni belli, grande grosso e piccino dentro, con un occhio all'orologio e uno al calendario, porello. E non mi dite cosa ti aspetti cosa ti aspetti. Ma nulla. Disincantata e un po' cinica come sono, le aspettative le ho sempre misurate e ben pesate, per poi toglierci ancora un po' di tara e riprendere il cammino. So contare gli anni, so vedere le rughe, so i cambiamenti del tempo e della vita. Se sorrido, però, lo faccio con schiettezza. Raramente, molto raramente,  ma sinceramente. E se dico che bello rivederti, è perchè lo penso. E se ti chiedo come stai, e non lo faccio spesso, per niente spesso, è perchè mi interessa sapere come stai. E se anch'io ti deludo, anche quello è in preventivo. Me lo aspetto. Ti avviso. Le mie carte sono sul tavolo. Scoperte. Chè se vado a sbattermi in piazza per la trasparenza lo faccio senza mani in tasca e senza fare conti. E se li faccio, certi conti, è per misurarmici da sola, senza rate. E ci rimetto a muso duro.
La vita è bizzarra, purtroppo e per fortuna. E ti butta in faccia l'ennesima manciata di delusione, quando sei lì per fatti tuoi, che arranchi tra amarezza e sfiducia come un nano in Alaska. E allora basta, sì. Non mi chiamate, gente degli anni settanta. Non mi cercate. E se mai dovessi farlo io, sapete, ad una certa età si giura e si spergiura ma poi si dimentica, chè il cuore si volta agli anni trascorsi quando la mente conta quelli futuri, ignoratemi. Eliminatemi anche dai vostri ricordi residui, se già non ci ha pensato il tempo. Chè di delusioni ho già preso tutte quelle che potevo prendere e di assi dello stesso colore ne ho visti fin troppi.

giovedì 11 aprile 2013

primavera vien scocciando






Ah, la primavera! Ah, il bel tempo! Ah, le belle giornate lunghe! E assolate. Ah, la domenica si va al mare! Ah, le gite fuori porta! Ah, c'è tempo per delle belle passeggiate. Ah, riempiamo i balconi di gerani, zappettiamo i giardini, seminiamo insalata. Ah, i progetti, i programmi, le buone intenzioni. A me, ah!, sta sulle scatole la primavera, stanno sulle scatole le lunghe giornate, stanno sulle scatole il programmare, il progettare, il prenotare, l'ipotizzare, il preparare. Odio l'ora legale. Da quattro anni, ma mi sa pure prima, amo l'inverno, il freddo, il buio, l'immobilità del non poter fare. Buio alle cinque, la giornata è finita, andiamo in pace amen. Vabbè, mi direte, resta a casa e non rompere. E a me sta sulle scatole dover spiegare perchè non vado al mare, perchè non faccio vacanze, perchè non vado in nessun posto, perchè da anni neanche una pizza. Sono stanca disillusa sfiduciata. Punto.
Quando arriva ottobre?

lunedì 8 aprile 2013

di tradimenti e pezzette

Sto rientrando in questa casa dove provvisoriamente dimoro, metto la freccia e, da una stradina secondaria, giro su un'altra stradina ancora più secondaria. Terziaria. In questo incrocio, c'è un piccolo slargo con un altrettanto piccolo parcheggio. Mentre sono lì che cerco il telecomando del cancello, una signora scende da una vettura e si infila in quella parcheggiata accanto. Sì però non sale davanti ma dietro. E sparisce. Scompare. Non si vede più. Si è coricata sul sedile posteriore. A pochi metri da me. Mi accorgo che l'uomo alla guida mi guarda severo. Recupero il telecomando e scendo in seconda verso questa casa. E mi fermo a riflettere su 'sta roba. Fino a qualche anno fa credevo che certe cose accadessero solo nei film nelle soap nei romanzi. Non non sono un'ingenua e neppure voglio sembrarlo ma boh, sarà che lavoro in un ambiente tutto femminile, sarà che ho sempre avuto poco tempo per chiacchiere e confidenze, ma giuro che non sospettavo. E neanche ci pensavo, eh. Ignoravo. Punto. Poi viene un'amica e mi fa devo dirti una devo dirti una cosa. Sì, dimmi. Ho conosciuto uno ho conosciuto uno. Ah, vabbè. Mi piace da impazzire mi piace da impazzire. Uh, veramente? Non mi giudicare non mi giudicare. E mi avvisa pure che sabato uscirà con me. Sabato? Sì, ti prego aiutami aiutami. Vabbè, io sabato sono di servitù e badantato, sarà difficle che possa smentirti. E poi succede che mentre assisto mia madre in ospedale conosco una (giuro) che mi racconta tutta la sua vita extra coniugale. E io la guardo e penso: ma dai può essere? Con questo culone a venti centimetri da terra e il naso che penzola sulle labbra?  Sì, può essere. E poi una collega mi scoppia a piangere sulla spalla e lui e la moglie e io e mio marito e io voglio lui e lui vuole me e siamo così presi. Presi. Presi da cosa? Comunque. E allora ti dai della tonta addormentata e cerchi perfino di capire quelle robe tipo le motivazioni le emozioni le situazioni. E non capisci. No, non ho capito e neanche me le chiedo più, 'ste cose. Chè bacchettona non sono, moralista neppure, ed è giusto che ognuno faccia come gli pare, chissenefrega, della sua vita e delle sue mutande. Solo che certe cose, madonnasantissima, non si possono sentire. Ma come cavolo fai a salire in macchina con uno che ti ruba il cuore ti fa tremare questo e quello e lui entra con questa macchina nel garage di casa sua chiude la basculante e li vi rotolate sui sedili tra bicilette sci e ruote da cambiare, damigiane vuote e cassette degli attrezzi. Tanto queste cose ci sono, no, mica alberi alberi infiniti il cielo sopra a noi. Oppure ti fa salire, se e quando può, in casa sua e vi coricate sul divano ma neppure tanto, sennò la moglie se ne accorge. E poi mettete a posto, guai a spostare un bicchiere, solo per questa volta, la prossima si torna in campagna. E magari togli pure un po' di polvere. E l'altra, quella che ho conosciuto in ospedale, che si apparta con il suo moroso extra coniugale in macchina, nonsodove ma attenzione! non darti la crema altrimenti ungi i sedili lasci il profumo mia moglie se ne accorge no non toccare questo non toccare quello bada a non lasciare capelli in giro passa la pezzetta. La pezzetta? E le bugie gli orari ad incastro gli alibi ben congeniati, per passare la pezzetta? E le cerette le mutande smerlettate per andare a sudare in un garage o coricarsi sul sedile di dietro di una macchina tra vecchi volantini e giornali ingialliti? 
Non so voi ma se questa è la trasgressione, preferisco l'osservanza.

venerdì 5 aprile 2013

una carezza




Oggi vi siete svegliati per l'ultima volta. Cosa pensavate stamattina? Era domenica, si avvicinavano le vacanze. Si sentiva chiaramente che era primavera.
Quante storie da raccontare, ma non si può, non si deve. Nomi, volti, sguardi. Protetti dal silenzio, nel rispetto del dolore. Una carezza muta e lieve. Iniziando da te, Piccina, che saresti dovuta nascere domani. 
Non vi dimenticheremo.

domenica 31 marzo 2013

balli?


Sette giorni di febbre, praticamente la settimana santa, mi hanno dato modo di annoiarmi pensare ricordare. Sì, una rottura di palle, infatti. Voglio dire, una sta lì, buttata sul letto, tremante e sofferente, con il telecomando in mano, ascolta guarda dormicchia, no? E ripensa così all' adolescenza. Alle serate trascorse ballando. Non solo serate, chè si ballava pomeriggio e sera. Ogni volta che si poteva, in ogni posto possibile e immaginabile. Dai dodici ai diciotto anni ho ballato in maniera forsennata.  Poi mai più, stop. Fine. 
Esistevano, in questo ballare, delle regole ben precise. Regole...vabbè, nessuno dava le regole, non erano neanche tali ma erano comunque qualcosa di fisso. Ad esempio nessuna ragazza con un po' di buon senso avrebbe ballato con un ragazzo che la invitava come seconda scelta, ovvero dopo essere stato rifiutato da un'altra ragazza magari più carina di lei. Lo facevano solo le sfigate, 'sta cosa di accontentarsi. E nessun ragazzo, dopo il ballo, avrebbe lasciato la ragazza in mezzo alla stanza voltandole le spalle, no. Ci ringraziavano, i ragazzi, e ci riaccompagnavano a posto, o almeno aspettavano che noi ci fossimo allontanate per voltarsi. Le regole comunque più divertenti, che ora chiamo regole ma allora no, riguardavano la posizione del corpo durante il ballo. Dei lenti, certo, erano i lenti i balli più ricchi, da questo punto di vista. Dunque, ci provo, ma ho ancora un po' di febbre, spero di non tralasciare nulla.
Da parte di lei:
- avambracci poggiati paralleli al torace di lui, gomiti a squadra: non provarci, non strongere, non attacca
- braccia orizzontali, con gli avambracci poggiati morbidamente in orizzontale sulle spalle di lui: potevano significare sei mio amico mi fido vabbè chiacchieriamo oppure se dovessi provarci potrei starci
- braccia intorno al collo, che ve lo dico a fa', è chiaro no?
Da parte di lui, infatti, c'era il tentativo di stringere sempre e comunque. Stringere cingendo la vita, i fianchi, a mani strette, a mani aperte, a gamba tesa, a gamba morbida, ancheggiando. Non stringevano soltanto quando ballavano cingendo la vita di lei con una mano e tenendo l'altro braccio giù. Brutto segno, il braccio giù eh.. Via libera, era il segnale. Manifestavano così il loro diminuito interesse. Giuro.
Altra regola che nessuno aveva dato: se un ragazzo lasciava o trattava male una ragazza durante il ballo, si smetteva tutte. Cioè, se una ragazza piangeva ci si ammutinava tutte. Si usciva tutte in balcone o in giardino o si andava nell'altra stanza e si guardava storto ogni ragazzo che provava a chiedere ma che è successo? Massima solidarietà. Le uniche a non essere solidali erano le tipe facili, chè solidarietà e facilità non andavano mica sottobraccio. Loro, le facili, continuavano a ballare, consolando il fedifrago e gli amici delusi. Le facili avevano, in questi casi, un ampliamento di territorio. I ragazzi spesso smadonnavano contro il fedifrago. Le altre ragazze mettevano tutte il muso e spesso andavano via portando via i dischi che avevano messo a disposizione.
A proposito di dischi. Altra regola mai regolarizzata: lo sfigato. Lo sfigato era quello che metteva i dischi. O perchè timido o perchè brufoloso grasso antipatico con l'alito pesante o, chennesò, con l'ascella fetida, lo sfigato non poteva neppure immaginare di chiedere a una ragazza di ballare. E allora era lì che sceglieva i dischi. Doveva accontentare le richieste non dette. Capire quando era il momento di un lento più lento, quando abbassare le luci, quando spegnerle, quando non interrompere la musica. C'era, a volte, lo sfigato carogna e invidioso ma durava poco, chè subito veniva mandato via e sostituito da uno più attento.
Durante il ballo ci si poteva mettere insieme. O in silenzio, chè lui provava  a baciarti, se ti piaceva schiudevi le lebbra, altrimenti nella penombra risuonava il ceffone. Ma anche no, eh, cioè riuscivi a evitare il bacio senza mollare il ceffone.  Oppure ti faceva una sorta di dichiarazione del tipo ti metti con me? Se era sì la cosa si chiudeva lì, con baci e abbracci. Se era no poteva diventare uno strazio del tipo ci stai con me? no! ma sei sicura? sì! posso sperare? no! e via dicendo.
Il post finisce qui, sono stanca e malconcia. Vi lascio questo brano che evoca molto. Per chi sa di cosa parlo.



sabato 23 marzo 2013

cara amica ti scrivo

Cara amica ti scrivo così mi rilasso un po'. Volevo dirti, con affetto, un paio di cose. Quando vieni a piangere a casa mia per intere giornate per via del tuo marito disgraziato che ti tradisce e io ti consolo, ti passo i fazzoletti il caffè le sigarette, sappi che io i fazzoletti il caffè e le sigarette te li passo volentieri anche se l'odore di  fumo in casa non mi piace e comunque preferirei vederti bere il caffè sorridente e non in lacrime. Quando mi racconti di quanto sia figo il tuo marito fedifrago e di quanto tu lo ami e di quante amanti egli abbia e di quanto ti faccia soffrire, a me dispiace per te. E quando vai via dicendo scusa ti ho afflitto abbastanza ora vado da mia sorella, io ti credo. E ti mando qualche sms per sapere come stai va meglio e 'ste robe qui. Ora non devi dirmi necessariamente che tua sorella è un uomo che non ti è parente e che vai da lui a coricarti ignuda, per carità. Sono fatti tuoi e io sono più contenta di saperti coricata che vederti piangente. Però vabbè. Come quando vieni a lamentarti del lavoro che hai lasciato perchè eri frustrata e dei sacrifici che fai e di quanto ti sbatti per arrivare a fine mese. E poi parti fine settimana viaggio crociera. No, non mi devi dire dove vai, figurati. Ma uscire da 'sta cavolo di casa afflitta per la mancanza di denaro, che stavo quasi pensando di farti riportare la cena ma poi mi sono vergognata, e partire il giorno dopo per cinque giorni in crociera di qulle nel mediterraneo che mangi e balli, vabbè, fatti tuoi. E francamente ti preferisco saperti danzante piuttosto che vederti piangente. Sì, la mia sarà forse invidia perchè non ho una sorella che prenota viaggi e poi ogni volta è costretta a rinunciare e dice vai tu vai tu. Però boh, mi sento un po' scema.

giovedì 21 marzo 2013

che stupidi che siamo...



"Che stupidi che siamo: 
quanti inviti respinti, 
quante parole non dette, 
quanti sguardi non ricambiati. 
A volte la vita ci scorre davanti 
e noi non ce ne accorgiamo nemmeno."

 Le Fate Ignoranti di Ferzan Ozpetek


venerdì 15 marzo 2013

quando smette di piovere?

Cercavo un quaderno per trascrivere delle ricette. Ho trovato un'agenda datata 2006, quasi intatta. No, quasi no. Ho sfogliato le prime pagine e mi sono messa a leggere. C'erano delle mie osservazioni sui comportamenti di mia madre che nell'autunno dell'anno precedente era stata operata e che da quel momento, presentava sintomi che. Che. Che... Scrivevo, nell'agenda, le parole del neurologo. E lo chiamavo pure stronzo. Perchè io non vedevo decadimento, no. Eppure, ora, a leggere come descrivevo le cose che faceva mia madre. Il neurologo che mi costringeva a Daparox Citalopram. Devi fare l'infermiera smettila di fare la figlia. E io ingurgitavo tutto e accanto a mia madre, come facevo a non rendermi conto? Quando lei morì, smisi di prendere tutto. Senza scalare gradualmete. No no che cazzo. Mia madre e la mia migliore amica lo stesso giorno, cazzo. Io che la chiamavo per dirle sai mia madre non c'è più e lei non rispondeva e suo figlio, poi, sai la mamma non c'è più. La mia non c'è più che dici? Passamela. No, non c'è più. E io buttai tutto nella spazzatura. Il dolore come una pioggia.
Quando smette di piovere?

giovedì 7 marzo 2013

siamo figli




A volte penso all'Aquila come ad una madre che ha tanti figli e si ammala, di una brutta malattia, lunga, con poche speranze.
C'è il figlio che si defila giustificandosi non sono capace, mi fa star male, non ce la faccio.
C'è quello che tanto è finita, neanche mi riconosce e pensa ai fatti propri cercando di dimenticare.
C'è quello che va in casa della madre e mette in tasca tutto quello che trova.
C'è quello che va a parlare con i medici, vuole sapere, vuole capire, non si rassegna.
C'è quello che si mette a studiare la malattia della madre, vuol trovare una cura, fosse anche non per lei ma per chi si ammalerà dello stesso male.
C'è quello che veglia il padre notte e giorno, in silenzio, mai stanco, scrutando ogni piccolo cambiamento e sperando.
C'è quello che vorrebbe ma chi me lo fa fare se 'sto disgraziato del mio fratello se ne frega.

C'è quello che fa il bucato e sta lì a lustrare casa di sua mamma sperando in un miracolo.
C'è quello che...
Spetta a noi decidere chi essere. Scegliamo tra speranza e disperazione. 

Quanti figli ha una Città?

giovedì 21 febbraio 2013

mammina cara

Lei, inquieta impiegata cinquantenne di bella presenza, ha da tempo una storia con un collega. Vanno insieme a prendere caffè e aperitivi. Vanno a fare spese insieme. Non si curano di farsi vedere in atteggiamenti affettuosi. La figlia ventene di lei intuisce, capisce, soffre. Si trova a dover ascoltare battute e pettegolezzi. Decide di parlarne con la madre. Lo fa con imbarazzo e timore. La madre nega, si arrabbia, le dice di farsi i fatti suoi. Chiacchiere e pettegolezze continuano.  La ragazza viene avvertita della relazione anche dalla figlia di lui, del collega di mammà. Vedi che devi fare, faccio scoppiare un casino. Ne parla, allora, con il padre. Lui si preoccupa. Non dirle nulla, ti prego. Non farla inquietare, non crearle ansie, mi raccomando. Assicura alla figlia che parlerà con la moglie per far tacere quelle chiacchiere ingiuste.
La signora continua ad amoreggiare, la figlia a soffrire, il marito a tacere.
Storie di ordinaria provincia, no?

sabato 16 febbraio 2013

questionario

Non credo di soffrire di manie di persecuzione. Anche perchè chi volete che mi perseguiti e perchè? Vorrei rivolgervi questa domanda: quante sono le persone che mai vi hanno deluso e/o trattato ingiustamente e/o fatto del male, pur involontariamente (ma neppure tanto involontariamente)? A me? Mio padre che non c'è più e una zia novantenne fuori di testa. Punto.
(magari continuo in un altro post)

martedì 22 gennaio 2013

non riesco


E' un po' di tempo che non aggiorno il blog, non leggo i commenti, non leggo i vostri post. Ho un impiccio grande grande ma non mi sento di parlarne. Potrei scrivere delle intercettazioni della Iurato, di quelle di Bertolaso, delle motivazioni della sentenza per il processo alla commissione grandi rischi. Non lo faccio, non ne ho la forza. Vi lascio questo video, chè le notizie citate potete trovarle da soli. Qui si contnua la lotta, qui si continua a soffrire. Qui non si ride. Recupererò il non scritto e, soprattutto, il non letto. Spero. Vi abbraccio.
Scusate, non riesco a caricare il video. Lo linko.



giovedì 10 gennaio 2013

Lei e Lei

Lei ha meno di quarant'anni. Ben portati. Single. Mora, bel viso e bel fisico. Molto sobria, fin troppo. Il tipo dimesso acqua e sapone. Jeans, scarpe basse, maglione. Ma non è solo semplice semplice. E' pure triste triste. Parla poco, a bassa voce. Sorride raramente, un sorrisetto tirato e malinconico. Anche gli occhi sono tristi. Le spalle chine, le braccia incrociate, lo sguardo rivolto a terra. Sempre. Di quella che dici maro' questa ora va a schiantarsi contro un albero o a buttarsi giù da un ponte. Giuro. Poi la trovi per caso su fb, proprio lei. Solo il nome è diverso. Chennesò, metti una che si chiama Giovanna  e poi su fb diventa Joan. Ma il cognome è quello, però. La bacheca è chiusa. Ha duemila amici. E tante tantissime foto. Quasi tutte da sola, qualcuna con amiche. Sempre truccata e abbigliata in maniera molto provocante. Cioè, di foto se ne vedono tante su fb, ma queste sono strane. Una velina un po' avanti con gli anni, per essere una velina. E ruspante. Cioè, tipo le foto sul balcone, seduta tutta scosciata con la busta della spazzatura dietro. O una tutta scollacciata con dietro la scarpiera e l'asse da stiro. Oppure un'altra in una stanza di albergo, ginocchioni sul letto, con le ciabatte in bella vista sul pavimento. Forse cinquecento foto. Voluttuose, un po' burine, ecco. Anche un po' patetiche. Comunque non casuali. E poi i commenti, tutti maschili. Bella arrapante bona gnocca che ti farei mmmm che belle gemelle sode mi attizzi mi fai perdere la testa sto sudando. E via dicendo. Voglio dire, non sono foto che mi scandalizzano, pur nella loro grossolanità, ma è la differenza che mi sconcerta. Non quella di luc (e sì, di luc), chè una, lo so, non va certo in giro da mattina a sera con le tette di fuori e i tacchi a stiletto, vabbè. La differenza tra una persona che vorresti consolare, chè pensi davvero che abbia brutti pensieri e che possa farsi del male, ed una che vuol piacere e ci riesce, in maniera così apertamente e pesantemente seducente. Boh. Voi cosa ne pensate? Io sono basita.

sabato 5 gennaio 2013

...vien di notte


Il cinque gennaio, Fiera della Befana. Già ne scrissi, qui, e potrei scrivere le stesse identiche cose. Cos'altro aggiungere? Eh, ce ne sarebbe, da aggiungere. Che il centro è più chiuso che allora. Che alcuni puntellamenti stanno cedendo. Che i cantieri sono pochissimi. Che quello che non era crepato ora lo è. Che gli abitanti del centro storico stanno perdendo le speranze. Che siamo stanchi stremati delusi amareggiati. Che siamo logorati dalle campagne elettorali, chè è un continuo sventolare bandiere proclami promesse.
E che senso ha invadere quelle strade che sfiorano mura massacrate? Affondare il naso nel puzzo di cipolla, far finta di nulla? Sognare una normalità che mai riavremo?
E a chi vai a raccontare 'ste cose, a chi cerchi di far capire che qui la vita è ferma eppure siamo riusciti ad invecchiare moltiplicando gli anni? A chi rovesci addosso speranze e disperazione, sapendo, fidando nella loro comprensione? A voi che mi sopportate e supportate da anni e che, davvero, se vi avessi vicino, verrei lì con cioccolato e dolci, stasera. Per scaldarci insieme le mani e il cuore.
La vostra vecchia sempre più malandata befana,

mercoledì 2 gennaio 2013

vorrei... immemore

Dimenticare. Dimenticare dimenticare. Dimenticare in fretta, presto presto. Domenticare gli anni i mesi i giorni. Le lacrime versate e quelle trattenute. Le parole non dette e quelle non ascoltate. I silenzi forzati e quelli violentati. Le occasioni sfuggite e quelle sbagliate. Dimenticare i sogni esplosi in mano e quelli persi per strada. Dimenticare i sassi nei quali hai inciampato e quelli nei quali avresti voluto inciampare. Dimenticare i rami secchi che erano già spezzati senza che tu lo sapessi. E i paletti che altri avevano messo L'indifferenza e la mala coscienza. E quello che ti è stato rubato e quello che avresti voluto rubare. E i baci smarriti nella prudenza delle buone intenzioni.
Almeno all'alba, per piacere, fatemi dimenticare.