Che sia maledetto chi gli fa del male!
Leggete qui
Vi sarà sempre qualcuno che non venderà la sua anima per un pugno di fave e un pezzo di pecorino. -Silone-
Lei si sveglia con calma.
Dà un’occhiata all’orologio che Lui le ha regalato.
Sa di non dover uscire subito. Si stiracchia nel letto sorridendo.
Decide di alzarsi.
Infila i piedi nelle pantofole che le ha regalato Lui.
Va in bagno, si siede sul water, regalo di Lui. Usa la carta igienica che Lui provvede a fornirle.
Si infila sotto la doccia, omaggio sempre di Lui,
Si insapona con il docciacrema che Lui le compra.
Lui le dona anche l’acqua. Calda.
E l’accappatoio nel quale si avvolge.
E lo spazzolino, il dentifricio e il deodorante.
E la crema idratante e il pettine.
E il tappeto sul quale posa i piedi.
E il pavimento, la porta, la maniglia.
Lei si guarda sorridendo nello specchio, anche questo, certo, omaggio devoto di Lui.
Entra in cucina. Con la caffettiera che Lui le ha regalato, prepara un caffè.
Anche la miscela e lo zucchero sono regali di Lui. E il fornello, il gas, l’accendigas.
Si siede e guarda fuori dalla finestra che Lui ha provveduto a donarle.
Con il vetro. E pure le tende.
E’ stato Lui a farle questi omaggi.
Come la sedia sulla quale Lei poggia il sedere.
Sgranocchia un biscotto che Lui le ha donato.
Accende il televisore, omaggio di Lui.
Come il pane, la lampada, il sale, il detersivo.
Il latte, l’olio e gli spaghetti.
Le scarpe, le mutande, le forbici, gli interruttori della luce.
Le mollette e lo stendibiancheria.
Il balcone, le piante di gerani, il computer.
I termosifoni caldi e l’asciugacapelli.
La frutta e la verdura. E il riso.
La lavatrice e il cesto per la biancheria.
E i ticket per le analisi e per i farmaci.
Se decide di uscire, Lei sa che l’automobile è in garage, offerta da Lui.
Compresa di assicurazione, bollo e pieno di benzina.
Andrà a fare un po’ di spesa.
Lui le regala spesso dei soldi.
Beatallèi, lo posso dire?
"Lava i bicchieri con l’acqua che fai tu, per risparmiare il sale del tuo padrone”, consiglia Swift, sulla scena di una casa signorile del primo Settecento, in Inghilterra.
E via di seguito fino alla ferocia.
Ideale per una serata banale, per evitare l'abbiocco sul divano, per addormentarsi con un lieve, lievissimo sorriso beffardo sulle labbra.
E addormentarsi così non può far che bene. Garanzia di una notte serena.
Buona lettura.
Sono un essere senziente, nella fattispecie un gatto.
Il mio nome non ha importanza, non siamo così attaccati alle cose materiali, noi felini. Sono vissuto in Giappone nei primi anni del Novecento, al tramonto dell’era Meiji. Non ho avuto una vita lunga, ahimé, ma certamente intensa. Ho abitato, spesso ignorato, a volte tollerato, in casa di un professore che si atteggiava a grande studioso. L’ho osservato per lunghe ore, mentre componeva versi o scriveva in prosa, mentre tentava di tirare con l’arco o recitava canti nel gabinetto.
Colei che scrive, colei alla quale detto queste righe che le mie pigre zampe si rifiutano di digitare su questo strano oggetto che è la tastiera, sa tutto di me, avendomi letto e seguito per cinquecento pagine.
L’irriducibile gattara ha per me e con me palpitato, riso, sofferto. Le mie avventure l’hanno commossa, le mie riflessioni sono state spunto di meditazione.
L’umana lettrice ricorda divertita il racconto della mia caccia a topi, mantidi e cicale. Rideva fino alle lacrime, come lacrime erano quelle che bagnavano le pagine alla fine del libro.
Io sono un gatto, sì, ma non solo e non sempre, dice lei.
Sono ironia e dissacrazione, sono sentimento e concretezza, sono cuore, sono ragione. Io sono un gatto, filosofo, meditativo, colto, disincantato, innamorato, ipocondriaco, pigro, attento e riflessivo come solo un gatto può essere.
Io sono un gatto e come tale appartengo alla categoria degli essere superiori.
Se non mi credi, spendi 18 volgari euro per questo libro. Soddisfatto o rimborsato, sì. Vedrai che mi terrai con te.
Scusate, sarei l’umana gattara. Approfitto di un momento di distrazione del Gatto, per invitarvi alla lettura del libro. Il punto di vista dell’Io narrante rende la lunga lettura sciolta e piacevole. Un periodo di storia spesso sconosciuto viene mostrato in tutto il suo affascinante splendore, attraverso un linguaggio pungente e lieve, mai noioso o stancante.
Cinquecento pagine che si leggono velocemente e che si vorrebbe non finissero mai.
chiede a cosa giova la lettura di un blog? Era lo scorso anno, credo, e curiosando, no… proprio visitando con scrupolosa attenzione uno dei miei blog preferiti, ovvero questo, incontrai il libro che mi sta tormentando, ovvero questo qui. Al momento avevo altro da leggere e mi astenni dal comprarlo. Passarono i mesi e passarono tante cose. Volevo poi prenderlo prima delle cosiddette ferie, che per me tutto son stato tranne che tali, ma ci ripensai, avendo da terminare, anzi da affrontare Le memorie di Adriano e Viaggio al termine della notte. Dovendo passare il mese di agosto piuttosto isolata, senza pc e senza librerie nei dintorni, ritenni opportuno costringermi alla lettura dei suddetti libri, che, porelli, da diverso tempo giacevano impolverati sul comodino. E li lessi. Devo dire senza neanche quel senso di tedio che mesi (anni?) prima me li aveva fatti deporre dopo poche pagine.
A settembre, in vista delle fredde serate invernali, che mi vedono spesso precocemente coricata a leggere in compagnia di Micia e Micio, mi son detta “Lo prendo!”. Detto-fatto. Anzi no, perché il libraio mi dice “Guarda che devo ordinarlo e se lo ordino devi prenderlo perché con questi non-so-cosa li fatturiamo prima e bla-bla-bla”. Ma figurati! E che, non lo prendo?
Ordinato e ritirato, che poi sul libraio dovrò fare un post perché lo merita. Anzi, meriterebbe un blog, un sito, tutto!
Vabbè, non è per i 35 euro. Non è per i caratteri minuscoli e le righe fitte fitte. Non è per le note leggibili solo con l’aiuto della lente d’ingrandimento. Non è per le 1200 pagine. Non è l’argomento perché, se così fosse, non l’avrei neppure comprato. Sarebbe per quei 1.200 - milleduecento grammi, ovvero un chilo e due etti di peso pesato!!
Che se una vuole di leggerlo a letto, mi dite come fa?
Domani riprendo la palestra!
Fioroni se ne deve andare! Sta facendo a brandelli la scuola pubblica. Piano piano, a colpi di decreti ministeriali, per non suscitare polemiche e discussioni. Da falso ipocrita baciapile quale egli è.
Le dichiarazioni a tal proposito che IL bieco soggetto fece a Rimini, in occasione del meeting dei ciellini, erano raccapriccianti, quando annunciò la parità economica anche per i licei, non solo per scuola dell’infanzia, primaria e medie inferiori, tradendo così l'art. 33 comma 2 della Costituzione che recita: "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato"
Ora leggo QUI e QUI e, tra la rabbia e l'impotenza, trovo conferma a certi timori. La Moratti è andata giù pesante, nella scuola, Berlinguer ha preparato la privatizzazione ed ora il botto. Tutto questo senza che i sindacati diano segni di vita.
E dei previlegi fiscali della Chiesa e delle scuole cattoliche, ne vogliamo parlare? O forse alle 7.30 di un freddo lunedì di ottobre (l'anno scolastico sdraiato davanti...) aspettiamo una prossima occasione? Forse è meglio, sì, chè son pure lenta a scrivere...
Buon comincio di settimana!
Poi la trasmissione La biblioteca dello scrittore. Ne ho parlato due post più giù. E mi innamorai di lei. Del suo accento d’oltralpe, di quel modo di terminare la frase quasi arrotolando in fretta le ultime parole, delle sue mani in continuo movimento che colmavano il silenzio con il gesto. Di quello sguardo diretto, profondo, attentissimo. Quegli occhi neri e ribelli, profondi e scrutatori, quegli occhi dalle tante domande e dalle tante risposte
La conobbi di persona a Pescina, una decina di anni fa, in occasione di una premiazione del premio Silone. Lei era lì, come non avvicinarmi? Lo feci, emozionata e tremante. Lei prese la mia mano tra le sue, parlammo di Silone e dei suoi libri, mi scrisse una dedica molto affettuosa. Avrei voluto parlarle anche di altro. Della sua scelta di entrare volontaria in un campo di concentramento, dei suoi libri. Dei suoi gatti. Ma i giornalisti pressavano e fui costretta a salutarla.
Era figlia di un Sottosegretarrio della Repubblica di Salò, viveva a ParigI e a diciotto anni si disse “Basta, vado a vedere!” E dopo un‘ennesima notte insonne, partì.
Cosa voleva andare a vedere? Quello che succedeva in Germania, nei lager di concentramento, di prigionia militare, campi di passaggio, campi di stermino che però non si chiamavano così. E vi andò come lavoratrice volontaria, con un’organizzazione “che prometteva cose fantastiche”, come amava raccontare.
Fu imprigionata perché partecipò ad uno sciopero e, uscita dal carcere, tentò il suicidio. Perché avevo visto troppe atrocità. Venti buste di veleno per topi.
Fu rimpatriata ma, giunta a Verona, gettò lo zaino con i suoi documenti e si infilò in un gruppo di deportati. Dachau.
Poi l’evasione e, tra una fuga e l’altra, si trovò a Magonza, dove, per tentare di salvare delle persone imprigionate sotto le macerie dopo un bombardamento, rimase incastrata nel crollo di un muro.
Uscì viva. Ma sulla sedia a rotelle. L’ospedale, la morfina, la disintossicazione…
Narrò tutto questo, ed anche altro, in Deviazione (romanzo di formazione?). Il perché del titolo si rivela alla fine, quando Lucetta racconta... “C’è un fatto che ho eluso. A forza di dire che ero stata deportata a Dachau ci avevo creduto. Ma non è vero. I miei compagni vennero trasferiti in quel lager. Io no. Fui rimpatriata.” Ma, giunta a Verona, butta via i documenti e si fa catturare volontariamente. E conclude: "…finalmente (ridevo tra le lacrime) anch’io sono stata picchiata, da sola, personalmente, adesso sono proprio come loro: bastonata sputata, in tutto come loro, non ricadrò nel mio ceto, mentre correvo correvo verso Magonza.”
Non è un caso se questo libro ha avuto una gestazione trentennale. Non è una lettura piacevole. È un pugno nello stomaco, uno schiaffo improvviso sulla guancia, un getto d’acqua gelata. Perché leggerlo, allora? Perché “noi viviamo nell’ epoca della pubblicità e dell’ eufemismo, sotto il quale si maschera ciò che dispiace. Così si sono chiusi gli occhi sulla realtà del nazismo” (Luce D’Eramo)
E se riuscite a leggerlo una volta, leggetelo una seconda volta. Ripercorrete con Lucetta quelle strade che al primo passaggio appaiono in penombra e vi sarà più luce. Strade del cuore e della mente. Strade che portano all’altro, quell’“altro” verso cui l’odissea di Lucetta si è sempre diretta.
COMANDANTE CHE GUEVARA
(Hasta Siempre)
Scritta da Carlos Puebla nel 1965 prima della partenza del Che per la Bolivia è la canzone sulle sue gesta più conosciuta nel mondo
