domenica 8 febbraio 2015

anch'io dico NO CAPTCHA 2015

Per la seconda volta, grazie all'amico Alligatore, partecipo a questa iniziativa per dire no ai captcha. Sono quelle stringhe di lettere scritte storte che dovrebbero permettere di verificare che non siamo robot. Ora a me di essere sospettata di robotica me ne frega assai poco, mica mi offendo, ma 'sta cosa della stringa che si chiama captcha rallenta parecchio la possibilità di commentare, di intervenire in conversazioni. Spesso quando vado a cliccare invia il commento e mi compare la finestrella per dimostare di non essere un robot, desisto, poichè io, per problemi che vi risparmio, vedo tutto come un captcha. Tutto sempre. Per cui capirete bene. Comunque voi fate come volete ma ecco, se non me li fate trovare vi ringrazio. Avendo un'età ed essendo pure un po' ignorante il mio contributo è minimo, cioè è questo post e dei versetti che adesso metto, un misero tentativo di imitare un limerick. Comunque toglieteli 'sti cosi, 'sti lucchetti, è meglio. E suggerite di farlo ai vostri amici. Insomma, partecipate al NO CAPTCHA 2015.

C'era un captcha artificioso
che non dava mai riposo
  ma tosto fu soppresso
laggiù sotto il cipresso
quel deforme captcha dispendioso.

martedì 27 gennaio 2015

rain and tears


Portavamo i capelli alla pattipravo (fronte scoperta, la frangia tirata indietro) o alla silvivartan (frangia lunga spiovente), indossavamo minigonne e shorts. I maschi avevano i pantaloni a zampa e le cinture con certi fibbioni che bloccavano la digestione. La domenica pomeriggio si andava a ballare nei club o in casa di chi aveva la possibilità di festeggiare il compleanno. I club erano cantine o scantinati sgarrupati, con le pareti ricoperte con foto di cantanti e attori. C'erano sedie alle pareti e divani sfondati, lampadine dipinte di nero. C'era l'addetto ai dischi, in genere quello un po' sfigato che diceva non mi piace ballare non mi piace ballare ma mi sa che più semplicemente non se lo filava nessuna. Si iniziava a ballare alle 15, perchè alle 19 si doveva correre a casa. C'era chi ballava con il giro semplice, chi ancheggiava, chi faceva il passo con riporto. C'era quello figo, che ballava con un braccio giù, ma 'sto braccio giù poteva pure voler dire questa tra un po' la mollo per cui gli altri maschi lo tenevano d'occhio e la poveretta sperava che 'sto braccio le cingesse al più presto la vita. Poi qualcuno spegneva la luce e ogni tanto si sentiva volare una sberla. Se una ragazza veniva piantata o soffriva, si smetteva di ballare tutte e, siete tutti uguali siete proprio stronzi, ce ne andavamo in massa indignate con il naso in aria, solidali. E camminavamo a braccetto, consolando la poverina, per finire a cantare in coro piangi e tu dici che non è non è che pioggia su di te... E intanto i maschi insultavano quello che si era comportato male, chè si doveva aspettare una settimana per riavere l'occasione di provarci. Quelli che ci provavano ti dicevano ti metti con me? e tu in genere dicevi no, e quello sei sicura? e tu sì sono sicura, e quello posso sperare? e tu andavi a raccontarlo alle amiche ridacchiando. A me piaceva uno che non ballava mai, lui mi fece perfino illudere, ci fu una mezza storia ma poi mi mollò perchè io ero piccola e non gliela davo e invece una stronza gliela regalò sui due piedi e allora ciao, non lo vidi più. E piangevo con questa e altre canzoni e le amiche mi dicevano ma che te ne fai di quello, porta i jeans calati bracaloni ma io piangevo lo stesso. E c'era uno tanto buono che mi moriva dietro e quando piangevo si stendeva in mezzo alla strada e mi diceva guarda che io muoio veramente per te. Ma io continuavo a pensare a quello che non ballava.

martedì 20 gennaio 2015

mi fa schifo

Son contenta di essere vecchia. Sono contenta di non dover fare più progetti e di non avere più speranze e illusioni. Non mi interessa il futuro, e lo dico senza tristezze e senza rimpianti, senza lacrime. Sorrido pure, giuro. A me questo mondo fa schifo. Il mio è un cinismo pacato e placato, diverso dal cinismo cattivo e spietato che vedo, tocco, ascolto, respiro. A me fa schifo questo mondo e fanno schifo la maggior parte dei suoi abitanti, tranne quelli che chiamiamo animali. Lo dico senza presunzione, senza snobismo, senza nessun tipo di razzismo classismo specismo. Io sono diversa, come siete diversi voi. Non sono fiera di esserlo, è un dato di fatto. Mi sento diversa e dal basso di questa differenza ripeto, a me questo mondo fa schifo. Non chiedetemi perchè, basta aprire un qualunque giornale, ad esempio, ad una qualunque pagina per trovare un motivo tra i tanti. Ho dato, negli affetti, nella famiglia, nel lavoro, nel sociale. Ho dato poco perchè di poco sono stata capace, ma con impegno. Insomma, le capacità erano quelle che erano ma mi sono applicata. Ora sono vecchia e, non potendo dire che mi sto godendo i frutti del mio dare, del mio fare, del mio amare, mi guardo intorno e mi dico, sorridendo amaramente ma serenamente, che meno male che ho la mia età, chè quel che mi circonda fa davvero schifo. E per fortuna avrò ancora poco a che farci.

domenica 4 gennaio 2015

diritto di morire

E insomma sto bivaccando da quasi un mese in un reparto di geriatria, lo avrete capito. E quello che vedo mi strazia. E voglio il testamento biologico e non ne farò un post perchè non ne sono all'altezza. Ma non voglio arrivare a novantacinque ann attaccata ad ossigeno flebo catateri, a torcermi in fondo ad un letto con l'infermiera che mi dice voltati nonna ti cambio il pannolone, con i figli che mi guardano storto tenendosi a distanza e aspettano con ansia che qualcuno dica è ora di uscire per poter respirare una boccata d'aria  e dimenticare quel puzzo di minestrina e piscio. E la paura quel paravento che mettono ogni tanto tra i due letti. Chi di noi due, la mia vicina oppure io, sta morendo?
E mi fermo qui che il dolore mi trafigge lo stomaco.

martedì 30 dicembre 2014

le vecchie

Le trovi in corridoio, o appoggiate allo stipite della porta. In ciabatte, con i capelli arruffati, gli occhi pesti e i piedi gonfi, le pieghe sul viso e l'odore di chi ha bisogno di una doccia. Sono lì, al mattino presto, che chiudono la sdraio e bevono il caffè del distributore, tra il carrello con i pannoloni e quello delle scope. Sono le vecchie che assistono i vecchi. Figlie e mogli. Sono a loro volta madri e nonne, desiderose di essere altrove, incapaci di essere altrove. Parlano al telefono con fratelli e figli rassicurandoli non venire, resta con tua moglie, no non sono stanca, non preoccuparti ho tutto. E poi chiedono dei nipotini, belli di nonna, hai fatto i compiti e babbo natale che ti ha portato? Sono le vecchie che assistono i vecchi. Aiutandoli a lottare contro la morte o contro la vita, chissà. Pranzando con tramezzini freddi e con la frutta avanzata nel vassoio. Sono le vecchie consapevoli della solitudine presente e futura, coscienti che il loro vivere avrà un senso finchè ci sarà quella flebo da sorvegliare. E quella sdraio chiusa nel bagno.

venerdì 26 dicembre 2014

i vecchi

La notte fa paura ai vecchi in ospedale. Restano svegli, attaccati alla vita, alle flebo, all'ossigeno. Rimangono insonni e gementi fino all'alba. Si assopiscono alla prima porta che sbatte, al primo ciabattare di infermieri e inservienti. Si addormentano quando i carrelli fanno rumore in corridoio. Si rilassano quando qualcuno entra in camera per pulire, per misurare la febbre, per cambiare le lenzuola. Allora si lasciano andare al sonno, le dita abbandonano le lenzuola stropicciate, i visi si distendono, cessano i lamenti.
I vecchi hanno paura di morire al buio, quando nessuno se ne accorgerebbe.

domenica 21 dicembre 2014

A casa



E dunque sono a casa. Casa mia, casa nostra. Da venti giorni. Però solo da ieri ho l'adsl. Dovrei, vorrei, scrivere tante cose. L'emozione, la confusione, la soddisfazione. Il caos che regna ovunque. Siamo due famiglie nel palazzo. E operai e cemento e polvere e tante cose ancora da sistemare, dentro e fuori casa. Ci sono circa trenta scatoloni da vuotare ma non posso, per mancanza di mobili. Li compreremo, prima o poi. Sostituiranno i mobili rotti. Prima o poi. E' tutto un po' precario e approssimativo, tutto faticoso. Ma siamo a casa. E vi dico solo (chè adesso vorrei leggervi un po', dal cellulare non era possibile) vi dico solo che la prima sera, dopo aver mangiato panini (panini per tre giorni, senza lavarci per tre giorni, chè non c'era gas e non c'era acqua calda ma vabbè, eravamo a casa) scesi giù,sul piazzale sgarrupato di casa (ancora da asfaltare) per riprendere delle cose in macchina e mi accesi una sigaretta. Le luci accese di casa mi commossero oltre misura. Oltre ogni aspettativa. Dopo la commozione il disorientamento. E la stanchezza, che ancora durano. Ma siamo a casa. E vi voglio bene.
(e ora ho un problema in famiglia, riguarda una persona cara, anziana ma carissima, per cui se passo di corsa portate pazienza. Sapere che ci siete mi fa bene, non immaginate quanto)