Senti, sto scoppiando, usciamo.
Sì, vabbè, usciamo, passo a prenderti.
No, passo io, non muoverti.
Ma dai, ci metto un attimo…
Ecco, appunto, passo io.
L, ti prego, mi trucco, dai, metto gli stivali.
Passo io, smettila, così non facciamo le badanti.
Guarda, metto gonna e stivali.
Sto arrivando.
L. arriva, entra in camera, spalanca le ante dell’armadio e tira fuori quello che devo indossare. Prepotentemente. Poi mi trucca un po’, in fretta, nervosa. Mi passa il phon in testa, mi obbliga a spruzzarmi del profumo, neanche fossi una puzzola. E usciamo.
Con L. il fil rouge è l’incazzatura. Per uscire con lei bisogna essere incazzate, avercela con il mondo, con i colleghi, con il preside, con i genitori degli alunni, con la propria famiglia. Occorre avere la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue.
Un passo indietro. Ci siamo conosciute vent’anni fa. Insegnavamo nella stessa scuola, in un paese tipo Monculo, a cinquanta chilometri da casa. E mille metri di altezza. Capimmo subito che si poteva fare. C’era intesa. Cercammo di far sì che l’orario ci permettesse di viaggiare insieme, io, lei, a volte altre due colleghe. L’appuntamento era alle 7.30 in un posto fuori città, un incrocio con benzinaio e baretto. Chi arrivava prima (lei ed io sempre insieme) aspettava nel bar. Entravamo a testa bassa, con le narici fumanti, pensando alle casalinghe che stavano dormendo, alle impiegate che si stavano ancora truccando, alle varie zoccole che si grattavano, mentre noi due, povere disgraziate e serve a romperci il culo in macchina per un tozzo di pane, in mezzo alle montagne, con i figli lasciati alle baby-sitter che era ancora buio, il pettine in borsa per sistemarci i capelli per strada e la spia della benzina sempre accesa, chè a viaggiare andava via un quarto di stipendio. C’erano, in quel bar, sempre dei camionisti che si zittivano vedendo due scellerate con la faccia scura entrare a passo di marcia e ordinare due caffè. E due cornetti da portare via, chè lì non c’era tempo. Mangiavamo ‘sti cornetti in macchina, sempre smadonnando, per poi scoppiare a ridere se riuscivamo a superare qualcuno, meglio se camionisti, tra gesti osceni, strombazzate di clacson e maledizioni.
A volte, se c’era neve, prendevamo l’autobus, che per sentirci più disgraziate chiamavamo corriera. La corriera faceva un giro del cavolo, tra monti e paesetti, con le pecore che attraversavano la strada e ci metteva quasi due ore per arrivare, facendo anche una sosta a metà tragitto per aspettare non ricordo quale coincidenza. Ci sedevamo in fondo, sempre scure in volto, guardando tutti in cagnesco. Capitava che il bigliettaio, che noi chiamavamo fattorino, scendesse durante la sosta e ci portasse due caffè o due tranci di pizza dal bar, essendo il padre di un (suo o mio?) alunno. Noi ringraziavamo compunte per poi sghignazzare alle sue spalle, immaginando degli ipotetici pensieri libidinosi nei nostri confronti e il culo sfatto e le vene varicose della moglie.
In macchina, spesso, a furia di autocompiangerci, ci prendevano attacchi di vero pianto che diventavano poi risate isteriche, al punto di doverci fermare per asciugarci occhi e naso, o tossire sputacchiando la saliva andata di traverso.
Una volta, sul ghiaccio, facemmo un pauroso testacoda, fermandoci in mezzo alla strada, di traverso, dietro ad una curva. Restammo ferme, nella macchina spenta, senza parlare. Poi, insieme, allungammo le mani e ce le serrammo. A cosa hai pensato? Ai figli. Anch'io. Arrivammo a scuola in ritardo, maledicendo la nostra sciagurata sorte di serve disgraziate, trascinando la marmitta, con il cuore in gola e le gambe molli.
A volte, in uno dei tanti incroci, capitava che polizia o carabinieri ci fermassero. Noi abbassavamo il vetro del finestrino esibendo sorrisi preoccupati e snocciolando il repertorio è tardi, dobbiamo riprendere i figli a scuola, la neve, la nebbia e via dicendo. Il milite di turno ci faceva segno di andare, una mano alla visiera e noi correvamo via soddisfatte di averla fatta franca, chè le nostre macchine sicuramente qualcosa non in regola avrebbero avuto, gomme, stop o triangolo perso nel disordine del portabagagli.
Ora, quando usciamo, non facciamo gestacci ai camionisti ma entriamo sempre come due furie nei bar, non più per il caffè ma per un orzo (lungo, macchiato) chè di caffeina in corpo ce n’è davvero troppa. Sempre a passo di carica, minacciose e livide, ci aggiriamo per il centro, guardando torve le mignotte che se la grattano, quelle che se la fanno grattare, quelle che il marito la porta pure a pisciare, quelle che hanno tempo per guardare le vetrine o i soldi per andare tutte le settimane dal parrucchiere, maledicendo persone, destini, vite, scelte, doveri e compagnia bella. Continuiamo a ridere istericamente in macchina, cantando canzonacce oscene e immaginando chi, ormai, avrebbe pensieri libidinosi nei nostri confronti. Neppure il fattorino in pensione, ci diciamo. Ma noi, cazzo, noi non ce la siamo mai potuta grattare e neppure far grattare, impegnate com’eravamo a guadagnarci un tozzo di pane, rompendoci il culo in macchina per andare a lavorare a Monculo, tra la neve e le pecore, camion e camionisti, corriere e fattorini. Sparliamo, oltre che delle suddette categorie, di familiari, acquisiti e consanguinei, tutti sfruttatori di noi misere sfruttate, e di badanti, categoria della quale siamo esperte, essendo noi una sottomarca delle stesse, operatrici di badantato forzate seppur volontarie.
Per stare accanto a L. bisogna saper lanciare maledizioni e accidenti vari, aver rancori e rimpianti, rabbia in corpo e nervi a fior di pelle, cuore sgangherato e gambe nervose, portare pesi di vecchie stanchezze e nuovi dolori. Bisogna anche truccarsi, vestirsi decentemente e non sembrare badanti, chè le serve le facciamo senza nessun bisogno che si sappia. Bisogna saper scoppiare a ridere sputacchiando per poi controllare che il rossetto sia a posto. Bisogna volerle bene ma non volersene troppo. L’importante è volercene, lei ed io, reciprocamente, chè ci bastiamo. E ce ne avanza pure.