venerdì 29 febbraio 2008

Ci vuole un fisico bestiale...

Mi si potrebbe obiettare: ma a te di Maiani, cosa te ne importa? Continua a parlare di amiche sciagurate, commenta gatti e gattili, scrivi delle tue geremiadi, ma lascia stare la fisica. No, a me la fisica piace. Non sto a farvi il resoconto dei perché/dove/quando, ma mi piace. Uno dei motivi ve lo dico, per quel che può interessare, vi dico quello più scemo: uno dei firmatari (quelli che a novembre osarono scrivere al rettore della Sapienza dicendo che forse la visita del papa era poco opportuna… ) io, tanti anni fa, lo conobbi e me ne innamorai. Ecco. L’ho detto. Il nome? Quello no, dai. Però era un gran figo. Durante un’assemblea lo scambiammo per un infiltrato della Digos solo perché, più grande di noi, faceva molte domande, dava pareri, si interessava, chiedeva. Partecipai, poi, ad una serie di incontri su Scienza e Ideologia organizzati da lui medesimo. Capii poco ma ero comunque rapita. Vabbè, torniamo al motivo del post. (Mannaggia, ha ragione Moltitudini, si finisce sempre per essere autoreferenziali ed esibizionisti, nonostante le buone intenzioni… )
Il motivo sarebbe questo, ovvero un'anticipazione dell'articolo che
uscirà oggi su MicroMega, dal titolo "Il Papa oscurantista: contro le donne, contro la scienza"


Repubblica 28.2.08
"Quel fisico non sa nulla"
L´incredibile campagna contro il presidente del CNR
Tante bugie senza pudore
di Emilio Carnevali
Su "MicroMega" la violenta polemica dell´on. Carlucci nei confronti di Maiani, scienziato di fama, "indegno" del nuovo incarico perché ha firmato la lettera sul Papa alla Sapienza
Il Nobel Sheldon L. Glashow ha scritto una lettera a Romano Prodi per ribattere le accuse
Una dichiarazione diffamatoria attribuita a David Lane, è stata da lui subito smentita.


Ora io mi chiedo, tolti i fisici (categoria che stimo e venero), è mai possibile che nessuno, dico nessuno, dei politici di centro sinistra o di sinistra, abbia voluto spendere una parola su questo caso indecente? E’ possibile che il buon Uolter, tra una corriera e un pranzo a casa di Pinco Pallo, non trovi il tempo per commentare, bonariamente, come suo solito, questa sciagurata vicenda che ci sta sputtanando davanti al mondo intero? E i Verdi, questi sconosciuti?
Oggi lo compro, MicroMega, chissà che non ci trovi un suo contributo (del fisico, non di Uolter.. ), non si sa mai...



venerdì 22 febbraio 2008

Dies irae, ovvero la mia amica L.

Senti, sto scoppiando, usciamo.
Sì, vabbè, usciamo, passo a prenderti.
No, passo io, non muoverti.
Ma dai, ci metto un attimo…
Ecco, appunto, passo io.
L, ti prego, mi trucco, dai, metto gli stivali.
Passo io, smettila, così non facciamo le badanti.
Guarda, metto gonna e stivali.
Sto arrivando.


L. arriva, entra in camera, spalanca le ante dell’armadio e tira fuori quello che devo indossare. Prepotentemente. Poi mi trucca un po’, in fretta, nervosa. Mi passa il phon in testa, mi obbliga a spruzzarmi del profumo, neanche fossi una puzzola. E usciamo.
Con L. il fil rouge è l’incazzatura. Per uscire con lei bisogna essere incazzate, avercela con il mondo, con i colleghi, con il preside, con i genitori degli alunni, con la propria famiglia. Occorre avere la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue.


Un passo indietro. Ci siamo conosciute vent’anni fa. Insegnavamo nella stessa scuola, in un paese tipo Monculo, a cinquanta chilometri da casa. E mille metri di altezza. Capimmo subito che si poteva fare. C’era intesa. Cercammo di far sì che l’orario ci permettesse di viaggiare insieme, io, lei, a volte altre due colleghe. L’appuntamento era alle 7.30 in un posto fuori città, un incrocio con benzinaio e baretto. Chi arrivava prima (lei ed io sempre insieme) aspettava nel bar. Entravamo a testa bassa, con le narici fumanti, pensando alle casalinghe che stavano dormendo, alle impiegate che si stavano ancora truccando, alle varie zoccole che si grattavano, mentre noi due, povere disgraziate e serve a romperci il culo in macchina per un tozzo di pane, in mezzo alle montagne, con i figli lasciati alle baby-sitter che era ancora buio, il pettine in borsa per sistemarci i capelli per strada e la spia della benzina sempre accesa, chè a viaggiare andava via un quarto di stipendio. C’erano, in quel bar, sempre dei camionisti che si zittivano vedendo due scellerate con la faccia scura entrare a passo di marcia e ordinare due caffè. E due cornetti da portare via, chè lì non c’era tempo. Mangiavamo ‘sti cornetti in macchina, sempre smadonnando, per poi scoppiare a ridere se riuscivamo a superare qualcuno, meglio se camionisti, tra gesti osceni, strombazzate di clacson e maledizioni.
A volte, se c’era neve, prendevamo l’autobus, che per sentirci più disgraziate chiamavamo corriera. La corriera faceva un giro del cavolo, tra monti e paesetti, con le pecore che attraversavano la strada e ci metteva quasi due ore per arrivare, facendo anche una sosta a metà tragitto per aspettare non ricordo quale coincidenza. Ci sedevamo in fondo, sempre scure in volto, guardando tutti in cagnesco. Capitava che il bigliettaio, che noi chiamavamo fattorino, scendesse durante la sosta e ci portasse due caffè o due tranci di pizza dal bar, essendo il padre di un (suo o mio?) alunno. Noi ringraziavamo compunte per poi sghignazzare alle sue spalle, immaginando degli ipotetici pensieri libidinosi nei nostri confronti e il culo sfatto e le vene varicose della moglie.
In macchina, spesso, a furia di autocompiangerci, ci prendevano attacchi di vero pianto che diventavano poi risate isteriche, al punto di doverci  fermare per asciugarci occhi e naso, o tossire  sputacchiando la saliva andata di traverso.
Una volta, sul ghiaccio, facemmo un pauroso testacoda, fermandoci in mezzo alla strada, di traverso, dietro ad una curva. Restammo ferme, nella macchina spenta, senza parlare. Poi, insieme, allungammo le mani e ce le serrammo. A cosa hai pensato? Ai figli. Anch'io. Arrivammo a scuola in ritardo, maledicendo la nostra sciagurata sorte di serve disgraziate, trascinando la marmitta, con il cuore in gola e le gambe molli.
A volte, in uno dei tanti incroci, capitava che polizia o carabinieri ci fermassero. Noi abbassavamo il vetro del finestrino esibendo sorrisi preoccupati e snocciolando il repertorio è tardi, dobbiamo riprendere i figli a scuola, la neve, la nebbia e via dicendo. Il milite di turno ci faceva segno di andare, una mano alla visiera e noi correvamo via soddisfatte di averla fatta franca, chè le nostre macchine sicuramente qualcosa  non in regola avrebbero avuto, gomme, stop o triangolo perso nel disordine del portabagagli.
Ora, quando usciamo, non facciamo gestacci ai camionisti ma entriamo sempre come due furie nei bar, non più per il caffè ma per un orzo (lungo, macchiato) chè di caffeina in corpo ce n’è davvero troppa. Sempre a passo di carica, minacciose e livide, ci aggiriamo per il centro, guardando torve le mignotte che se la grattano, quelle che se la fanno grattare, quelle che il marito la porta pure a pisciare, quelle che hanno tempo per guardare le vetrine o i soldi per andare tutte le settimane dal parrucchiere, maledicendo persone, destini, vite, scelte, doveri e compagnia bella. Continuiamo a ridere istericamente in macchina, cantando canzonacce oscene e immaginando chi, ormai, avrebbe pensieri libidinosi nei nostri confronti. Neppure il fattorino in pensione, ci diciamo. Ma noi, cazzo, noi non ce la siamo mai potuta grattare e neppure far grattare, impegnate com’eravamo a guadagnarci un tozzo di pane, rompendoci il culo in macchina per andare  a lavorare a Monculo, tra la neve e le pecore, camion e camionisti, corriere e fattorini. Sparliamo, oltre che delle suddette categorie, di familiari, acquisiti e consanguinei, tutti sfruttatori di noi misere sfruttate, e di badanti, categoria della quale siamo esperte, essendo noi una sottomarca delle stesse, operatrici di badantato forzate seppur volontarie.


Per stare accanto a L. bisogna saper lanciare maledizioni e accidenti vari, aver rancori e rimpianti, rabbia in corpo e nervi a fior di pelle, cuore sgangherato e gambe nervose, portare pesi di vecchie stanchezze e nuovi dolori. Bisogna anche truccarsi, vestirsi decentemente e non sembrare badanti, chè le serve le facciamo senza nessun bisogno che si sappia. Bisogna saper scoppiare a ridere sputacchiando per poi controllare che il rossetto sia a posto. Bisogna volerle bene ma non volersene troppo. L’importante è volercene, lei ed io, reciprocamente, chè ci bastiamo. E ce ne avanza pure.


 

mercoledì 20 febbraio 2008

E basta!

Gabriella Carlucci, esperta di fisica e di fisici, scrive e calunnia Maiani. Calunnia, già, perchè viene clamorosamente smentita, la valletta.
La misura è colma, credo.

martedì 19 febbraio 2008

Perdonatemi ma...

                                                   

.. mi sento in dovere di segnalarvi questa oscenità.

sabato 16 febbraio 2008

La mia amica F.

Eravamo due sporche matricole. Ci incontrammo davanti all’aula cinque di scienze. Lei non mi notò, io sì. Indossava dei jeans stretti e corti, scarponcini e un giaccone blu doppiopetto con i bottoni dorati. Una massa di capelli lunghi, ricci e un po’ incolti le copriva il viso. Spuntavano il naso piccolo e una bocca perfetta. Tra le dita magre una sigaretta. La vidi e pensai essere così, si innamorerebbero tutti, perché non si innamorano tutti di lei? Se fossi un uomo ne sarei sconvolto.
Ci rincontrammo poi durante una delle tante assemblee. Ci conoscemmo e non ci separammo più. Ero affascinata dal suo essere così tanto e così inconsapevolmente bella. Stregata dal suo strano modo di parlare spesso incomprensibile, tante erano le consonanti difettose.
Ora si direbbe trasgressiva, raccontava, tra una parolaccia e una bestemmia, strane storie di sballi e di sesso. Frequentandola imparai che il sesso può non essere amore (che spesso è pure meglio) e che gli uomini (noi li chiamavamo maschi) si possono acchiappare senza tante formalità.
Eravamo, in fondo, due facce pulite e carine,
specializzate, per questo, nello scippo di volantini ai ciellini o nell’interruzione di assemblee della FGCI. Ci innamorammo dello stesso tipo, uno dell’MLS, tanto che, con gli scazzi che c’erano allora, i compagni di Autop ci guardavano in cagnesco. Ma ci chiedevano poi di interrompere ugualmente le assemblee della FGCI. Mollammo il tizio quando ci chiese di vendere il Quotidiano dei Lavoratori fuori l’università. Quando è troppo è troppo… 
La sera andavamo per cantine, snobbando i primi pub e le prime birrerie. Nelle cantine fumose, sedute ai tavoli umidi e un po' sporchi, si beveva passito e si mangiava pane e frittata. Un’accoppiata che ora mi porterebbe coliche di fegato. Al bar dell’università bevevamo pernod, chè La leggenda del santo bevitore aveva fatto proseliti. Poi, un po’ sbronze, facevamo gare degli sputi e guardavamo i maschi in faccia con occhi stravolti. Ascoltavamo, concentrate e angosciate, Lolli e dopo un po’ lei sbottava che cazzo di palle togli ‘sta lagna e metti i Jethro Tull sennò mi suicido. Ci mettemmo con due tizi che erano amici soprattutto perché erano amici e potevamo uscire in quattro o nasconderci nell’istituto di matematica a fare cazzate. Vi lascio immaginare. Ci raccontavamo con dovizia di particolari gli incontri amorosi, tra imprecazioni e risate sguaiate. Io mi stupivo se qualche maschio da lei puntato non cedeva, affronto che ritenevo inconcepibile.


Non ci siamo mai perse, forse allontanate per crescere i figli, di età ed esigenze diverse. Da qualche anno ci siamo ritrovate, con l'affetto di sempre.
Ora insegna anche lei. Ha un figlio liceale, studioso e sportivo e spesso si chiede a chi somiglia. Ci raccontiamo, sempre tra il bagno e la camera da letto, l’inconfessabile e ridiamo dei ricordi di allora, nostalgiche dagli occhi lucidi.. Quando usciamo punta ancora i ragazzi borbottando me lo farei e io ne sono sempre un po’ innamorata.
Inconcepibile non esserlo.

giovedì 14 febbraio 2008

Un ragazzo

                                        

Era un ragazzo come tanti. Come i miei figli. Come gli amici dei miei figli.
Aveva diciotto anni e i capelli neri e ricci. Il viso bello e magro. Gli occhi grandi, scuri.
Certamente quella notte stette male. Molto male. Aveva bisogno di aiuto. Non di essere ammazzato di botte.
E di menzogne.
La  famiglia e gli amici chiedono verità e giustizia per Federico.


                                                           
       
                                                                                                 
                                                                                               

lunedì 11 febbraio 2008

Il primo giorno è andato...

Sarebbe che una povera docente, per ampliare l’offerta formativa ed invogliare i genitori ad iscrivere i figli alla propria scuola onde evitare, dopo un discreto tot di anni di servizio, di ritrovarsi perdente posto e dover cambiare scuola, esperienza già fatta, insieme ad altre esperienze come scuole in montagna, a sessanta km, due metri di neve e compagnia bella, insomma sarebbe che una accetta pure di sobbarcarsi la settimana bianca. Accompagnare, cioè, un numero imprecisato di pargoli, insieme ad altre colleghe, sui campi di sci. Partenza alle 8.30, ritorno alle 18.
Da oggi fino a venerdì.
Però ci passano il pranzo della tavola calda. Gratis.
Un piatto di pasta, una salsiccia, un po' di patatine e mezza minerale. Il pane, sì.
Pure il caffè. Un caffè.
Oggi si era a meno dieci gradi, tutto bianco, minacciava bufera.
Credo che tutti i pargoli siano stati riconsegnati ai commossi genitori. Credo che all’appello mancassero un numero imprecisato di guanti, occhiali, sciarpe, mascherine e altri ammenicoli.
Siamo tornati, però, con un paio di doposci in più. I bambini erano gli stessi.
Misteri della montagna.


Son gradite preghiere, pensieri affettuosi, incrocini, piccoli sacrifici votivi e quant'altro possa risultare utile alla prosecuzione positiva di questa sciagurata avventura per i prossimi giorni.
Grazie.