Vi sarà sempre qualcuno che non venderà la sua anima per un pugno di fave e un pezzo di pecorino. -Silone-
lunedì 28 ottobre 2013
vicoli e pedali
Un po' come quando vai a trovare un morto, che qui si dice andare a buttare l'acqua santa al morto. Che il morto sia in obitorio o in casa, non fa molta differenza. C'è chi sosta accanto al defunto, chi gli fa una carezza, chi si ferma un po' in corridoio, con la scusa di fare le condoglianze a tutti i presenti, parenti e non. E poi chiede come va oh anche tu qui da quanto non ci si vede ma i figli i figli saranno giovanotti e nella stanza del morto non entra proprio. Un po' così, in questa città. Si va in piazza Duomo, si passeggia nel parco del Forte Spagnolo che qui chiamiamo Castello, ci si siede sulle panchine dei giardini della Villa Comunale. Nei vicoli no. Nei vicoli non ci si va. Pare che faccia impressione, andare nei vicoli. Chè qui son chilometri e chilometri, eh. Di vicoli piazze piazzette chiese scalinate coste rue e sdruccioli. Però se si va a trovare il morto, secondo me, si deve entrare. Poi uno decide se fargli una carezza o no, ma bisogna entrare. E annusare l'odore di fiori di cera di disinfettante di sudore. E pure di putrido. Chè gli odori sono quelli. E quindi si va per vicoli, non serve sostare in corridoio, dove ti portano il caffè e ti danno una pacca sulla spalla oh oh come va ci si vede in queste tristi occasioni. Basta imboccarne uno a caso, uno qualunque che non sia transennato e, immediatamente, il silenzio e la solitudine ti abbracciano. E allora tu, che in quei vicoli ci sei nata e cresciuta, e quando dico nata intendo dire che mia madre partorì in casa, in un piccolo appartamento di un vecchio palazzo tra la basilica di S.Bernardino e il Forte Spagnolo che qui chiamiamo Castello, a ridosso del Teatro Comunale... E allora tu, che appunto ci sei nata e cresciuta lì, e direi pure invecchiata, inizi a percorrere quel groviglio di vicoli deserti e silenziosi. Calpesti ed eviti macerie e spazzatura, saluti un gatto scontroso che ti osserva infastidito, guardi sgomenta le erbacce che coprono scalini e porte sfondate. E pensavi di essere ormai invulnerabile a quel dolore ma ti accorgi che il dolore, ormai, fa proprio parte di te. Come una gamba, come la lingua, come le unghie. Come tutte quelle cose che usi ogni giorno senza farci caso. E ti chiedi come si possa vivere senza una gamba la lingua le unghie. E mentre te lo chiedi, sotto quel bellissimo palazzo Nardis, con quella chiesa misteriosa che ogni volta ti chiedevi chissà cosa si prova ad avere una chiesa intitolata ad un tuo avo, ti sposti per far passare un giovane ciclista che pedala piano piano. E lui ti sorride un po' triste e tu gli fai un cenno con la mano e ti chiedi come mai un ragazzo vada in giro per vicoli in bicicletta. Ma forse anche lui voleva sentirsi le gambe e chiedersi come sarebbe vivere senza.
sabato 12 ottobre 2013
di mutande e fazzoletti
Che poi la sgarrupatissima bloggeuese parla, malgrado i propositi. E lavora, malgrado i chi me lo fa fare. E si consuma, malgrado i devo pensare a me. Chè, soprattutto arrivati ad una certa età, tutti si stampano 'sta frase in fronte: devo pensare a me. La scrivono, se la stampano, la ripetono anche tre volte al giorno. Soprattutto le donne. Soprattutto le donne, sì, iniziano a predicare quella fede che si chiama sano egoismo. Che, come quasi tutte le fedi, è fatta di belle chiacchiere e zero fatti. Perchè poi ci si sbatte per tutti, non si sa dire di no e tutte le altre belle cose sulle quali una piange, no?
Sarebbero da prendere ad esempio le figherrime donne di qualche generazione dopo, le ora quarantenni. Zitte zitte, dai, non cominciate a protestare. Non parlo di voi, per carità, non cominciamo con quelle robe che non si deve generalizzare perepè perepè. Diciamo così: sarebbero da prendere ad esempio un po' di signore intorno ai quarant'anni e pure meno tranne voi. Le genitrici degli alunni, per dire. Quelle che non si perdono un pomeriggio al centro commerciale (qui non c'è praticamente altro) con quelle robe sulle unghie che se le pittano di cinque colori, spaghi in mezzo alle chiappe, tacchi dodici, aperitivo con le amiche, suv e figli con il moccio al naso e mai un fazzoletto in tasca, per dire. Ah, lo so, essere madre non significa avere le unghie nude e le mutande della nonna e comunque i figli non si curano solo con il fazzoletto in tasca. Vabbè, ma almeno possono soffiarsi il naso.
Sarebbero da prendere ad esempio le figherrime donne di qualche generazione dopo, le ora quarantenni. Zitte zitte, dai, non cominciate a protestare. Non parlo di voi, per carità, non cominciamo con quelle robe che non si deve generalizzare perepè perepè. Diciamo così: sarebbero da prendere ad esempio un po' di signore intorno ai quarant'anni e pure meno tranne voi. Le genitrici degli alunni, per dire. Quelle che non si perdono un pomeriggio al centro commerciale (qui non c'è praticamente altro) con quelle robe sulle unghie che se le pittano di cinque colori, spaghi in mezzo alle chiappe, tacchi dodici, aperitivo con le amiche, suv e figli con il moccio al naso e mai un fazzoletto in tasca, per dire. Ah, lo so, essere madre non significa avere le unghie nude e le mutande della nonna e comunque i figli non si curano solo con il fazzoletto in tasca. Vabbè, ma almeno possono soffiarsi il naso.
sabato 14 settembre 2013
il silenzio è d'oro
E lei decise che il silenzio sarebbe durato fin quando qualcuno non
avesse detto/fatto di/per lei quello che lui aveva detto/fatto del/per
l'altra.
(tu non ti preoccupare, non sarai mai tu quel qualcuno e va bene così)
(tu non ti preoccupare, non sarai mai tu quel qualcuno e va bene così)
domenica 8 settembre 2013
quattro schiaffi nel buio
Sarà stata una scossa? No, riconosco le scosse e il letto non si è mosso, no. Non sono neanche caduta, non ho battutto la testa contro il comodino. I fantasmi? Sì, pure i fantasmi, ma dai. Questa è una casa nuova, non ci è morto nessuno, prima c'era un orto. I fantasmi dei cavolfiori e dei cetrioli... Eh, ma lo schiaffo è arrivato. Duro e secco come quello di un'istitutrice inglese di secoli fa. Insomma, di qualche anno fa. Tu li prendi e neanche capisci, dici boh starò sognando forse ieri sera preso troppe gocce, chennesò. Perchè mentre arriva lo schiaffo hai pure una sorta di visione. Anzi proprio mentre. No, subito dopo, ma subito subito. Come un sogno ad occhi aperti, solo che, tra un ceffone e l'altro, ti rendi conto di essere sveglissima. E tutto scorre dalla sera prima indietro indietro. Come quelle cose che dicono possano accadere durante uno stato comatoso. Ma tu non sei in coma, vero? Non sono in coma, no, ma che c'entra adesso il coma. E insomma tutto scorre indietro indietro ma ogni tanto si blocca e quando si blocca, stump!, arriva subito la sberla. Allora cerchi di capire. Sei lì sveglia, guardi la finestra, il chiarore della luna, i cani abbaiano in lontananza, qualche gallo insonne canta un po' sfiatato, tuo marito russa accanto a te, i gatti ronfano sui tuoi piedi. E il film scorre indietro indietro, a volte in fretta, a volte rallenta. Quando rallenta sai che devi aspettarti lo schiaffo, perchè si ferma e ti lascia vedere. Ormai hai capito. Non sei caduta, non ci sono state scosse, in coma poi, ma dai. E i fantasmi sai bene che non esistono. Sì vabbè, pensi aquesto punto, ma già all'epoca quelli erano stati metaforicamenti dei bei ceffoni. Non possiamo fermarci qui? Adesso cosa devo fare, ripassare la lezione? Ma veramente, non esageriamo! Avrò altre opportunità, no? Altre scianss, altre possibilità di riscatto, di ripresa. E che cavoli, a tutti si presenta delle occasioni per poter... A 'sto punto nascondi la testa sotto il cuscino, pur sapendo che non serve, ma il manrovescio che ti è arrivato stavolta è stato più forte. Molto più forte. Perchè errare è umano ma perseverare è diabolico.
mercoledì 28 agosto 2013
sta finendo
Sta finendo. Ed io che lo desideravo ora mi cruccio. Tra pochi giorni la scuola. Ah, dopo due mesi di ferie, cosa pretendi? Pretendo di lavorare tuttal'estate, anche a ferragosto, e di avere una settimana di ferie ad ottobre, ad esempio. Troppo, nevvero? Che poi e comunque, se non si lavora nella scuola, chetelodicoaffà, nonpuoicapi'. Tornerò dunque ai ceppi. Prigioniera di quattro pareti roventi d'estate e fredde d'inverno. Circondata da persone con le quali non condivido altro che spazio e tempo. Hai detto niente, eh. Tempo e spazio, caçarole... Prigioniera di pargoli urlanti, di madri con l'elastico tra le chiappe e le coccinelle sulle unghie, di padri con le sopracciglia ad ala di gabbiano che entrano a scuola parlando al cellulare. Del resto neanche parlo. Non serve.
Sta finendo. E io ho saltato tutte le manifestazioni in centro. Non riconosco la mia Città, durante l'estate. Ciabatte canotte mutandoni. Le lingue protese oscene a leccare un gelato. Tornerò in centro presto, con il freddo. Camminerò tra i vicoli da sola o accompagnata dai nostri Cani. Cercando vecchie insegne, riconoscendo vetrine dimenticate. Annusando avidamente l'odore di muffa e di putrido.
Sta finendo. E vi ho letto ma ho scritto poco. Con un occhio solo si fa fatica. Dopo un po' le righe si confondono e si deve distogliere lo sguardo per riprendere un po' di campo.
Sta finendo. Ma noi andiamo avanti. Noi e voi. Magari insieme. Malgrado tutto. Nella nebbia. Con le scarpe chiuse. Finalmente il piacere di un foulard al collo.
venerdì 26 luglio 2013
considerazioni da (un) bar
Qualche giorno fa sono uscita con un'amica. Di pomeriggio. Per andare a prendere un gelato in centro. Abbiamo camminato per strade polverose e puzzolenti. Vabbè, pazienza, qualche cantiere parte, normale che ci sia polvere. E meno male che qualche cantiere parte. E il puzzo, eh, ormai che cazzo ci vuoi fare. Ci si abitua. O forse no ma è lo stesso. Di locali, in centro, e non parlo del centro di Rocca Cannuccia, con tutto il rispetto per Rocca Cannuccia, ce ne sono pochi. Soprattutto pub e posti simili, dove la sera gli adolescenti vanno ad ubriacarsi per poi vomitare e pisciare nei vicoli. Una volta ce n'erano tanti. Tante gelaterie. Pulite belle eleganti. Solo chi c'è statolo sa, lo ricorda,lo può capire. Arriviamo in piazza. Due bar aperti. Uno con un gabbiozzo di legno fuori e la musica a palla. In questo gabbiozzo un caldo infernale e puzza di fumo. Via via ma per carità. Proviamo l'altro. Tre tavolinetti fuori, tre di numero. Uno libero ma sporco. Dai su ora ce lo liberano. Dopo venti minuti ancora nulla. Vado dentro a chiedere. Una sola ragazza banco cassa tavolinetti. Signora non ce la faccio dovete pazientare. Alzati cazzo andiamo via. Aspe', un bar aperto c'è, lungo il corso. No, no non abbiamo gelati gelati, no no. E di fronte c'è un cantiere che devi esprimerti a gesti per il rumore. Cammina giriamo vediamo, qualcosa troveremo. La polvere e il puzzo mi prendono alla gola. La pelle del viso mi tira, penso di avere i piedi lerci, malgrado la doccia di un'ora prima. Desidero un cazzo di gelato, abbiamo i soldi eh, un cazzo di gelato,possiamo pagarlo! Adesso ne ho davvero bisogno, per togliere il bruciore che sento in gola. Un chiosco, finalmente, pochi tavoli dove umani sudati giocano a carte. Ci sediamo cercando di non far caso alla tovaglia macchiata e sghemba, al portacenere pieno di cicche, alle urla di due oche che cantano una cazzo di canzone scema davanti al cellulare. Arriva una tipa con i denti in furoi e la sigaretta in mano. Due gelati, due coppette... Copparica o coppadelnonno? Ci guardiamo. Due succhi di ananas. Ci portano due bicchieri con 'sti succhi che secondo me quelli nel cartone di in's. E le patatine. Ma chi cazzo ti ha chiesto le patatine? Le patatine su un piatto! Mai viste, QUI, le patatine su un piatto. Con il succo di ananas! Finiamo in fretta di bere e via via verso il parcheggio, passando per i vicoli, evitando di guardarci intorno. Strofinandoci mani e labbra con l'amuchina. Sforzandoci di non piangere. Cercando di ridere, prendendoci in giro senza guardarci in viso. Con le lacrime agli occhi e il cuore accartocciato.
Tutto questo, cinque anni fa, non c'era. Niente di tutto questo c'era. Puzzo polvere macerie sporcizia incuria bariste sfigate umani sudati copparica coppadelnonno patatine stantìe e amuchina sempre in borsa. Nulla di tutto questo c'era. E di quello che c'era nulla tornerà.
E' morta, la mia città. Siamo morti tutti.
Tutto questo, cinque anni fa, non c'era. Niente di tutto questo c'era. Puzzo polvere macerie sporcizia incuria bariste sfigate umani sudati copparica coppadelnonno patatine stantìe e amuchina sempre in borsa. Nulla di tutto questo c'era. E di quello che c'era nulla tornerà.
E' morta, la mia città. Siamo morti tutti.
mercoledì 17 luglio 2013
solo per me, sorry
Quante Jane, su quel prato, giovedì scorso. Ma io Jane più di tutte. Con la mia età, sì, con i miei malanni, con la mia vita spiegazzata e malconcia, con i miei problemi, le mie ansie, le mie lacrime. Con il mio vecchio cuore acciaccato e palpitante, con la mia voglia di andare avanti malgrado gli sgambetti che 'sta cazzo di vita mi mette tra i piedi. Chiedo scusa a chi era lì ma questa l'ha fatta per me e solo per me. Voi avete spiato e origliato, nulla di più. Vi siete commossi e storditi, sì, ma "Good night, it’s all tight Jane, I’ll meet you tomorrow night on Lover’s Lane, We may find it out on the street tonight baby or we may walk until the daylight maybe” Bruce l'ha cantato a me, per me. Sappiatelo.
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