lunedì 14 giugno 2010

costi sommersi

Questo fenomeno rappresenta la tendenza delle persone (e anche dei manager) a portare a compimento anche i progetti meno convincenti solo per il fatto di aver investito dei soldi in precedenza. In poche parole, si tratta di situazioni in cui un manager, che ha già investito parte del budget in un determinato progetto, decide di portare avanti il programma intrapreso anche se è oramai chiaro che il risultato non sarà soddisfacente. Tuttavia, questo comportamento è irrazionale da un punto di vista economico dal momento che i soldi spesi in passato oramai sono persi (perciò si parla di costi sommersi) e sarebbe più conveniente evitare di spendere anche quelli che ancora rimangono. Le teorie economiche sostengono che un agente razionale dovrebbe sempre decidere sulla base dei possibili esiti futuri e senza pensare a ciò che ha fatto in passato. Tuttavia, il fenomeno dei costi sommersi mette in risalto il fatto che le persone rimangono ancorate a ciò che hanno fatto in passato e fanno fatica ad accettare di non raggiungere l'obiettivo che avevano fissato inizialmente. I costi sommersi sono così pervasivi nel nostro comportamento che arrivano addirittura a dar vita alla cosiddetta escalation of commitment, ovverosia il fatto che siamo disposti ad aggiungere altri soldi pur di completare un progetto fallimentare. Vale a dire che non solo non riutilizziamo in modo migliore la parte di budget che avanza ma addirittura prendiamo soldi da altri progetti pur di andare avanti quando il budget iniziale viene esaurito.

http://decision.psy.unipd.it/index.php?page=decisioni-economiche

Sarebbe quando si tende a perseverare nelle scelte sbagliate per non pensare di avere sprecato il tempo e le risorse investite e moltiplicando, di conseguenza, lo spreco.

venerdì 4 giugno 2010

ti spiezzo in due


Allora. Son sempre stata femminista. Ho sempre creduto nella solidarietà femminile. Nelle donne e nella loro intelligenza emotiva. Nella loro sensibilità e compagnia bella. Emmò mi so' rotta. 'Fanculo. Cazzo. Porcoggiudaladro. Adesso inizio io a fare la stronza. E quando una persona mite decide di fare la stronza, lo sa fare. Alla grande. Freddamente. Lucidamente. Con cattiveria. Senza sconti.
Attenta, stronza, chè arriva la strega. Saranno cazzi, adesso. Amari.

giovedì 22 aprile 2010

recomenza domà




c'è anche mio figlio, quello che canta sei mesi di tenda.. e poi fa il duetto rap e, tra la folla, bagnata  e contenta, anch'io..

lunedì 19 aprile 2010

ancora una domenica...



... di carriole. E di libri. Chè stiamo creando una biblioteca aperta, libera, lì, nel tendone in piazza Duomo. Ieri abbiamo trovato pulite le piazze che avevamo chiesto di poter pulire. Meglio così, direte. Ci stanno anticipando il lavoro. Mah. Vabbè. Abbiamo percorso delle stradine del centro che non tutti avevano avuto l'opportunità di visitare. Io le avevo già viste, per via dell'alimentazione colonie feline. Avevo già pianto, sgomenta e atterrita. Avevo già sofferto, insomma, se così si può dire. Ma di lacrime da versare ce n'erano ancora tante. E di occhi sbarrati. E di labbra serrate. S. Pietro, S. Silvestro, poi su per via Garibaldi, S. Maria Paganica. La morte. Silenziosamente abbiamo percorso la nostra via crucis. Riprendendo il Corso ci sentivamo sollevati. Quello era terreno conosciuto, già battuto. La stessa domanda, silenziosa, ho letto in tanti sguardi. Ma come faremo? Quanto tempo? uanta fatica? Riusciremo? Strade conosciute, quelle. Si riconoscevano case di amici, di parenti. Sfondate, devastate. In balìa del maltempo e dell'incuria. Non lo so come faremo. Non possiamo, però, di permetterci di dubitare. Ogni volta che la bilancia pende verso la disperazione, è un attimo di vita che va via. Senza scampo. Ogni volta che facciamo abbassare il piatto della speranza, ci concediamo un po' di vita in più. E la concediamo alla nostra città. Che merita di tornare a vivere. Ad ogni costo. Glielo dobbiamo per la sua sconosciuta bellezza. Per la sua discreta, immensa, ricchezza artistica. Per tutti i giorni che abbiamo vissuto tra quelle mura che vediamo devastate. Non si può abbandonare la propria madre. Non si può lasciare che muoia tra l'indifferenza di chi non ha lo stesso nostro sangue nelle vene. Un sangue fatto di sentimenti, di esperienze, di ricordi che non potranno morire mai. Fatto di legami indissolubili e complicati. Come i vicoli che l'attraversano. Come dita che ti attanagliano il cuore, ferendoti. E che non vuoi sciogliere. Chè scioglierle sarebbe arrendersi alla fine. E noi non ci arrenderemo.

venerdì 9 aprile 2010

poveri noi... anzi no!


Avete seguito, vero? Avete sentito, no? Vespa che urlava ai suoi concittadini preferivate i container?, Tra lo sconcerto pallido del nostro sindaco e le risatine di Caterina Guzzanti. No, non era la piccola Guzzanti in una delle sue parodie della coatta? La Meloni, vero, ho fatto confusione, scusate. Ero lì, nei pressi del collegamento. Con la Vittoriana comesichiama, che annaspava sudata per timore di non riuscire a strappare il microfono dalle mani di interlocutori scomodi. Lui parla, tu no, ora basta, state zitti, ascoltiamo le rispote. E Vespa che girava al sindaco, porello, risposte che non erano solo sue. E poi urlava, arrogante, rimproverando indignato. Sì, cazzo. sì, nei container. Volevamo i container! Che sono i map, i musp, e pure i mep.  Porca miseria, ancora con i container del Friuli... Signori, ma trent'anni fa indossavamo maglie di lana, per il freddo intenso, anche piuttosto irritanti per la pelle. Ora la lana è morbidissima  e, contro i grandi freddi, indossiamo pile  e microfibra. Non calziamo, per ripararci dalla pioggia, stivaloni di gomma freddissimi, ma comode calzature in goretex. E abbiamo i cellulari e internet. Gli integratori alimentari e i forni a microonde. I container del 2010, pardon 2009, sono questi, map, pusp, mep. Io ci lavoro in un musp. E non lo chiamo container. Possono essere, 'sti neo container, impilabili fino a tre piani. Si potevano localizzare vicino ai centri abitati, per non creare esodi e neanche problemi di zonizzazione. Erano davvero ecocompatibili e soprattutto, sarebbero costati un terzo!!! Avremmo voluto i container, sì, na soprattutto i soldi per le nostre case, non per le C.A.S.E, Avremmo voluto vedere risistemate le B e le C, che ancora giacciono lì tra montagne di ordinanze e delibere. Avremmo voluto poter vedere le E circondate da impalcature, ora che si va verso la bella stagione. Avremmo voluto poterci tornare in autunno, come sarebbe tecnicamente possibile. Invece no. Invece è tutto fermo, tutto tace, tutto giace. Tranne la voce stridula di Vespa.


  • Altri giornalisti ci hanno cercato, soprattutto negli ultimi due mesi. Floris con i cittadini, il 21 marzo. Due giorni con la redazione dell'Unità. E Il Manifesto con Alias. E Riccardo Iacona, ancora ieri, con Lirio Abbate, Jolanda Bufalini e Gabriele Polo.


E le dirette di Caterpillar. E di radiotre. Non sempre mi sono sentita rappresentata, vero, ma mai, dico mai, insultata come da Vespa mercoledì sera.  Una lezione, però, la tengo a mente. Basta con le chiacchiere, basta con le ipotesi, con i tentativi. La città è nostra, come il nostro dolore, la nostra disperazione. E con questa consapevolezza dobbiamo andare avanti. Cuori, menti, mani che non ce la fanno più ad aspettare, che hanno voglia di fare. Altrimenti saremmo zombie. Morti viventi in una città che sta spirando.

domenica 4 aprile 2010

è un anno...



Eccola. Eccola eccola. Eccola.
Pensavo solo questo e solo questo ripetevo, mentre cercavo di alzarmi, di chiamare i figli, di trovare la porta.
Eccola, eccola. Ma eccola chi? La scossa, la paura, la fine? La morte?
Iniziò con uno scricchiolìo, un cigolìo. Come se un gigante stesse, lentamente, cercando di staccare il palazzo dal terreno. Il palazzo, però, resisteva, e il gigante si stava innervosendo. Lanciò un urlo, allora, e fu il boato. Continuò a tirare, da un lato all'altro e verso l'alto.. L'edificio non voleva cedere, non mollava la presa e il gigante ruggiva, infuriato. Un balzo dal letto. Le scarpe, istintivamente. I gatti, i gatti! Le finestre spalancate nella notte. Libri, oggetti, stoviglie sul pavimento. E l'acqua. L'acqua, ma da dove? E i mobili spostati in avanti e l'odore di liquore. Noi astemi, nell'odore di liquore... Il gigante continuava a scuotere le mura. Sulle pareti e sul soffitto segni lievi come tracciati da una matita diventavano crepe ghignanti che vomitavano calcinacci. Scalzi sulle mattonelle spaccate, sui vetri rotti. E i gatti, i gatti. Paolino, ritto sul davanzale fece per buttarsi giù, terrorizzato. Lo afferrai al volo, non so come. Lo strinsi al petto e mi inondò di pipì. Puzzai di piscio di gatti per giorni ma nessuno ci fece caso. E le urla nelle scale, le porte che sbattevano. In cortile. Ci siamo, siamo tutti? Quattro umani e tre gatti. Ma come abbiamo fatto ad uscire? Infiliamo i trasportini in auto e ci accorgiamo di essere gli ultimi, sono già tutti in cortile. Mani, braccia, lacrime, gole secche. Labbra mute. E il fumo verso l'alba, ad est. Il fumo, un incendio? Era polvere, erano crolli. Era morte e distruzione. Il sole sorgeva sfacciato e impietoso. Ci trovò indifesi nelle piazze e nei parcheggi. Ci trovò svestiti e sporchi. Stanchi e tremanti. Gli occhi sbarrati. Il cuore fermo a quel battito, a quella morsa gelata che ce lo agguantò, senza pietà, alle 3 e 32.